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Reporting from the front e l'architettura si rende tangibile

REPORTING FROM THE FRONT e l’architettura si rende tangibile

La Biennale di Architettura di Venezia, visitabile fino al 27 novembre 2016, ha posto come tema di discussione REPORTING FROM THE FRONT.

Dal Padiglione Centrale dei Giardini all’Arsenale, e comprendendo svariate location dislocate nel centro storico di Venezia, la Mostra REPORTING FROM THE FRONT è concepita come un unico percorso espositivo.

La Biennale quest’anno è affiancata da sessantacinque partecipazioni nazionali con cinque paesi presenti per la prima volta: Filippine, Lituania, Nigeria, Seychelles e Yemen. Sono presenti, inoltre, ottantotto partecipanti provenienti da trentasette paesi, di cui cinquanta sono presenti per la prima volta, e trentatrè sono gli architetti under quaranta.

«A volte la nozione di quotidianità è ridotta all’ordinario. Per noi il quotidiano è precisamente ciò che è connesso ad ogni tipo di piccolo ed inaspettato evento, che rompe la routine». Padiglione del Belgio ai Giardini della Biennale di Venezia.

Paolo Baratta, presidente della Biennale, ha sentito l’esigenza di far parlare al pubblico, a tutti i possibili agenti responsabili delle decisioni e delle azioni con le quali si realizza lo spazio del nostro vivere singolarmente e come comunità: «Se l’Architettura è la più politica delle arti la Biennale di Architettura non può che riconoscerlo».

Cambiare il nostro punto di vista per poter comprendere l’ordine delle cose è il contributo che ha fatto prevalere il direttore Alejandro Aravena, curando la quindicesima Mostra Internazionale di Architettura. L’icona che rappresenta gli intenti è l’anziana Maria Reiche che, dall’alto di una scala, scruta l’orizzonte per poter osservare il territorio della linee di Nazca nell’America del Sud.

«Non dovremmo attribuire alla mancanza di mezzi l’incapacità di fare il nostro lavoro».

REPORTING FROM THE FRONT è la voglia di poter raccontare le battaglie e le conquiste di chi è riuscito ad autorganizzarsi con l’aiuto degli strumenti e di chi rende pratica l’architettura sul fronte. Alejandro Aravena, durante il suo intervento, parla di prendere coscienza dell’orizzonte che ci aspetta, di ascoltare chi ha avuto una prospettiva più ampia con la capacità di condividere conoscenza ed esperienze.

In REPORTING FROM THE FRONT non è solo possibile ritrovare quella sfera legata al piano artistico e culturale proprio dell’architettura, è dato ampio spazio anche al luogo della riflessione nei campi politici, sociali, economici ed ambientali. L’impronta dettata dall’architetto cileno è inequivocabile. Nella quindicesima biennale si ritrovano, infatti, i modi di agire propri del gruppo Elemental del quale è direttore esecutivo e dove vengono seguiti i principi base dell’edilizia a basso costo, alla quale vengono affiancati grandi processi partecipativi.

REPORTING FROM THE FRONT porta in mostra progetti dove le infrastrutture sono servite per poter trasformare ciò che riguarda il patrimonio culturale e poterlo restituire sotto forma di eredità.

La mostra non poteva esimersi dal trattare il tema delle grandi migrazioni, portando alla luce come e quali scenari probabili potrebbero verificarsi nel caso in cui le città si dimostrassero in grado di affrontare adeguatamente le problematiche legate ai movimenti migratori.

Dai padiglioni storici ai Giardini, come quello veneziano, che esprimono un punto di vista legato a probabili scenari futuri, attraversando quelli simili al sudafricano che raccontano di una soluzione di trasformazione da stato di polizia a stato politico, arrivando agli esempi dell’Arsenale dove i movimenti migratori in Mongolia hanno dato luogo ad uno studio sull’abitare, si giunge al Padiglione Italiano con i suoi cinque progetti frutto dell’associazionismo. Non sono stati trascurati neanche i momenti emozionali, dove l’architettura si riavvicina alle arti visive: ad esempio l’ispirazione è stata data dalle palme che filtrano la luce del sole, rendendone visibili i raggi.

REPORTING FROM THE FRONT risulta una mostra che racchiude forse la possibilità di riportare l’interesse verso la sfera dell’architettura più vicina alle persone, quella che vuol rispondere alle necessità, al bisogno, alle volontà espresse da chi, poi, l’architettura dovrà viverla e non solo recepirla.

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