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Falso alimentare? Mettiamolo nel cesto giusto

Il falso alimentare è un vasto problema che colpisce l’azienda italiana, le possibilità sono molteplici ed a volte ci si trova a confrontare prodotti che dovrebbero essere delle eccellenze nel campo degli alimenti, ma che sono dei falsi alimentare.

Purtroppo l’adulterazione è coadiuvata anche dalla legislazione che, per la sua macchinosità, viene spesso raggirata con escamotages di basso livello.

Mangiamo spesso dei surrogati o, per meglio definirli, dei cibi adulterati.

Il mondo purtroppo conosce il detto “fatta la legge, trovato l’inganno” e lo applica, mirando esclusivamente al profitto.

La qualità delle eccellenze dipende dall’esperienza di chi le produce. Da qui il problema di riuscire a rintracciare il produttore, avendo certezze sulla filiera industriale, dal produttore al consumatore.

Un’inchiesta del New York Times contro il falso alimentare ha fatto tintinnare le bottiglie di “extravergine” in bella mostra tra i generi alimentari; è emerso che, giocando sulle definizioni e sui permessi dell’Unione Europea, si è riusciti ad immettere bottiglie che di “extravergine” hanno solo la denominazione in etichetta. Il Reg. CE 1513/01 definisce come olio extravergine d’oliva quello prodotto attraverso spremitura meccanica, quindi senza ricorso a processi o sostanze chimiche, in condizioni che non causino alterazioni dell’olio e la cui acidità libera, espressa in acido oleico, non risulti superiore all’0,8%.

L’attenzione da parte del New York Times ha espresso con una presentazione chiara e precisa il problema con un documento visibile in rete dal titolo “EXTRA VIRGIN SUICIDE THE ADULTERATION OF ITALIAN OLIVE OIL”.

Si capisce che sul mercato ci sono oli che non dovrebbero essere consumati, che subiscono processi di raffinazione chimica, che ad un olfatto ed un gusto poco allenato o poco esigente vengono definiti dal “robusto” al “delicato”, un olio che di oliva a volte ha ben poco.

Il consumatore, tra nomi, qualità ed etichette, viene facilmente raggirato, forse per scarsi controlli, forse perché il prodotto diviene facilmente un falso alimentare.

Ci sono molti produttori che non riescono a competere con i prezzi delle industrie, perché gli oli in vendita spesso non sono oli extravergine. Ma quello che sconvolge è la differenza di prezzo, spesso superiore al doppio. Qualche produttore ha fatto anche una battuta “Com’è possibile che l’olio d’oliva costi come la benzina?”.

Partecipando a varie esperienze tra assaggi e laboratori del gusto, come quelli promossi dalla Cooperativa Sociale Terra di Resilienza, si capisce come i nostri sensi sono stati deformati e plasmati a misura della chimica alimentare.

Per Terra di Resilienza, Dario Marino uno dei soci fondatori, spiega come secondo lui è possibile aprire gli occhi: Le frodi sono insite nel sistema dell’agricoltura capitalista, dove ogni coltura appare colonizzata dalla ragione strumentale dell’economia. Per difendersi bisogna riconoscere il vero olio extravergine d’oliva e magari frequentare un corso per assaggiatori di olio, ormai diffusi in tutta Italia. È fondamentale saper percepire le qualità organolettiche di un olio, dal momento che le adulterazioni riguardano l’aspetto e il colore del prodotto. Laddove fosse possibile bisogna conoscere produttori ed economie locali estranei all’agricoltura capitalistica e con una visione etica, coltivare fiducia reciproca: trasformare il marchio in un viso è una garanzia migliore rispetto a qualsiasi certificazione di qualità. Altri elementi importanti sono il prezzo e l’etichetta. Diffidare dall’olio extravergine d’oliva venduto a prezzi che non riescono a coprire neanche i costi di raccolta delle olive. Inoltre, l’etichetta dettagliata (origine delle olive, metodo di spremitura, utilizzo di cultivar particolari, certificazioni) ci aiuta a scegliere il prodotto”.

Diversamente accade, ma sempre di falso alimentare si parla, per i prodotti da forno. Viene usato del grano modificato geneticamente, con una percentuale di glutine superiore ed inimmaginabile a quella di una farina che si produceva anni fa nei nostri campi, per non parlare poi delle farine prodotte all’estero e poi miscelate in Italia, etichettate come prodotto italiano.

Le farine ottenute da grano modificato oggi hanno un colore bianco intenso, non “sporco”.

La maggior parte dei prodotti dolciari mostrano come una medaglia al valore la dicitura “prodotto con uova fresche”, ma, leggendo sul retro delle confezioni, capiamo che la produzione non avviene con uova fresche bensì con uova fresche pastorizzate, polvere, “farina” d’uovo, così come accade per il latte.

Si comprende come le denominazioni sono facilmente attaccate dalla contraffazione, il reato spesso non sussiste, le etichette parlano chiaro o forse non poco e chi produce il falso alimentare ne approfitta.

In Italia più di otto milioni di persone consumano prodotti “Bio”, neanche loro sono salvi dal falso alimentare.

Bisogna pensare che l’illusione è sempre visibile, è chiaro che le eccellenze sono per fortuna sempre presenti, ma il consumatore non può associare sempre e solo al marchio Bio il sinonimo di qualità. Basti pensare alle importazioni con marchio BIO sequestrate dai nuclei operativi delle fiamme gialle, nelle quali sono state trovate sostanze chimiche con valori che non possono essere assunti.

Se con la conoscenza si riuscivano a decifrare i malaffari, purtroppo dal 13 dicembre 2014 si attuerà una modifica alle etichette, senza dare più la possibilità di una lettura chiara e veloce, modifiche necessarie nel nome del libero mercato.

Ricordo un bambino che intervistato dichiarò che il pollo ha quattro zampe, non conosceva l’animale vivo, vero, ma solo quello confezionato. Bisogna imparare a riconoscere ciò che ci circonda, a Natale ricordiamocelo, e per il cesto non compriamo un falso alimentare.

– Falso alimentare? Mettiamolo nel cesto giusto –