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Eroica Fenice

Ferdinando Scianna a villa Pignatelli per Officina Reporter

Ferdinando Scianna a Villa Pignatelli per Officina Reporter

Sabato 22 ottobre 2016 Roberto Mutti ha incontrato Ferdinando Scianna per il ciclo d’incontri legati alla manifestazione Officina Reporter alla Casa della Fotografia in Villa Pignatelli a Napoli.

«Una fotografia si consuma in una frazione di secondo – disse Bresson – che è un’idea che risponde ad una domanda nell’istante in cui viene posta dalla realtà. Nella mia vita da fotografo ho copiato tutti, ho cercato di non copiare me stesso, perchè come disse Picasso copiarsi è un delitto».

Il museo Pignatelli ha sostenuto il progetto Officina Reporter per cercare di valorizzare il linguaggio della fotografia nelle varie forme dell’arte contemporanea, per poter lasciare sul territorio qualcosa in più rispetto ad un festival di fotografia.

Roberto Mutti parla della figura del fotografo che va oltre le sue fotografie, che tutti conoscono o che possono conoscere, Ferdinando Scianna ha la capacità di guardare la realtà più degli altri, senza mai cercare una fotografia definitiva.

«Non c’è un termine che definisce le sue fotografie, forse le sue immagini sono un grandangolo».

Ferdinando Scianna si rapporta continuamente con ciò che ci circonda, un uomo che indaga nella realtà anche quando non scatta, non a caso i suoi più grandi amici sono stati Leonardo Sciascia e Cartier Bresson, uno scrittore e un fotografo

Il rapporto che il fotografo ha con la scrittura è lo stesso che ha con le immagini. Dal reportage alla fotografia di moda, partendo da un libretto che è Feste religiose in Sicilia, una pubblicazione così importante che anche dopo cinquant’anni, chi si cimenta nel cercare di raccontare il tema delle ricorrenze religiose in Italia, deve prendere in considerazione.

«Per anni ho detto che le mie fotografie più famose mi perseguitano, in realtà mi accompagnano. Con la fotografia ho vissuto una vita felice perchè mi ha permesso di entrare in mondi, conoscere modi di pensare e attraversare paesaggi che non avrei mai conosciuto». 

Scianna da fotografo siciliano è divenuto poi il grande fotografo siciliano fino ad arrivare ad essere chiamato il grande fotografo e giornalista siciliano.

«Non volevo parlare per l’ennesima volta che cosa vuol significare essere del sud. Quando Umberto Bossi mi diede del calabrese gli risposi che io sono siciliano però del nord perchè questa Sicilia del sud non ci piace e vorremo separarci. Si è sempre nord di qualcuno, è probabile che chi è più a sud della Sicilia farà degli incontri di fotografia in cui rivendicherà il loro essere sud e noi ci scopriremo essere il nord di un altro tipo di mondo».

Mutti ha usato una metafora per far capire che la vita formativa di Ferdinando Scianna si svolse a Parigi

«Mi piace la metafora del compasso. Punti in un luogo e giri. Si è visto dove la mia vita è andata a finire. Va a finire a Parigi come in Germania oppure nelle miniere di Marcinelle, va a finire da tutte le parti. Ciò accade perchè il compasso ha allargato il proprio braccio perché, per amore o per forza, bisognava andarsene».

Ferdinando Scianna ha iniziato a fotografare in età adolescenziale, quasi per gioco.

«Quando io ero ragazzino, prima ancora di fare le fotografie, quando aiutavo mio padre che mi faceva alzare prestissimo. Più volte ho visto uno spettacolo che mi ha marcato. Nella piazza del paese quando ancora era buio, c’erano dei braccianti che venivano selezionati dai proprietari per il lavoro nelle proprietà. Quando andavo a scuola sentivo dire che in qualche casa mancava il pane. Chi non veniva scelto per lavorare era costretto ad andarsene. A Marcinelle hanno trovato il pane, ma sicuramente anche la morte».

Ferdinando Scianna ai microfoni di Officine Reporter spiega che la sua vita è stata felice grazie alla fotografia.

«I progetti di mio padre per il mio futuro erano molto interessanti, ma mi sembravano un incubo. Cercavo una via di fuga. Fu proprio mio padre che quando ebbi quindici anni mi regalò una macchina fotografica. Mi sembrò un giocattolo meraviglioso. In quel periodo della mia vita, a quell’età avevo una mania strana, mi piacevano le belle ragazze! Fotografavo le mie compagne di scuola, quelle carine ovviamente, ma ebbi subito successo anche da quelle meno carine che mi chiedevano di essere immortalate. Che cosa può volere un adolescente se non avere la possibilità di fare qualcosa che tutti approvano, qualcosa che ti permette di sedurre il mondo».

E Scianna cercando degli alibi parlò con Sciascia spiegandogli che le fotografie della Sicilia potevano essere usate per una probabile tesi per una ricerca antropologica. Sciascia gli cambiò la vita dicendogli che le sue fotografie non avevano nessun criterio legato ad una ricerca antropologica, bensì avevano la voglia di voler raccontare ciò che appartiene al Mondo

«Ho inziato a fare fotografia della Sicilia che era lì. Ho fin da subito capito che la fotografia serve a raccontare, per questo sono così sospettoso e spesso sarcasticamente indignato per la deriva che sta prendendo. Penso non ci sia niente di più inutile di una bella fotografia».

Domenico Dolce propose al fotografo di fare degli scatti per la moda. Scianna ebbe difficoltà ad accettare ma poi capì che quel tipo di fotografia gli piacque.

«Mi sono divertito a scattare fotografie per  la moda, mi divertì trasgredire la scuola bressoniana per la quale il fotografo non deve interagire con la scena».

E continua il suo lungo intervento spiegando quanto sia difficile fotografare la follia, quella delle guerre ad esempio, e come gli accadde in Africa.

«Nel Tongo, capii quanto miserabile fosse la vita delle donne africane, quando vedendo una donna in preda alla follia che non era soggiogata dalla supremazia maschile, mi fu spiegato che le donne pazze erano alla pari degli importanti sciamani. In cuor mio ho sempre voluto che quella donna fingesse di esser pazza per salvarsi dalla morte. È importante riconoscere i momenti nei quali il disordine del mondo assume un ordine».

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