Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Fermo: storia di (quasi) ordinario razzismo

Nel pomeriggio del cinque luglio, a Fermo, Emmanuel Chidi Namdi, trentasei anni, richiedente asilo, e la sua compagna Chinyery sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente dal trentottenne italiano Amedeo Mancini, ultrà della squadra di calcio locale, per razzismo. La coppia passeggiava in via XX settembre, poco distante dal seminario arcivescovile di Fermo dove erano ospiti. La situazione sfocia in tragedia quando un gruppo non ancora identificato di uomini – ma c’è chi parla della sola presenza dell’ultrà – insulta la ventiquatrenne nigeriana chiamandola “scimmia africana”. Emmanuel interviene, difendendola, e scatena una rissa di cui è vittima, finendo a terra calpestato e picchiato così violentemente da riportare un’emorragia cerebrale che si trasforma in coma irreversibile. Poche ore dopo, viene dichiarata la morte cerebrale del giovane nigeriano. 

Fuga dal terrore, verso Fermo

Emmanuel e la sua compagna erano scappati dall’orrore in Nigeria per confrontarsi con l’odio di Amedeo Mancini. Dopo l’assalto di Boko Haram ad una chiesa e la conseguente perdita dei genitori, i due innamorati sognavano un futuro diverso quando, coraggiosi, attraversarono la Libia, perdendo anche il bambino che Chinyery portava in grembo a causa dell’abituale violenza degli scafisti e sbarcando, poi, a Palermo. In Italia hanno incontrato razzismo, odio, omertà e morte. È proprio don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco che ospitava la coppia, a puntare il dito contro gli stessi uomini che nei mesi scorsi posizionarono quattro ordigni di fronte ad edifici di culto a Fermo. Una «provocazione gratuita e a freddo» che lascia poco spazio alla fantasia. Ma chi è Amedeo Mancini? Un razzista? Un assassino senza scrupoli? Stando alle parole del fratello Simone è solo un «allegrone, una persona che se vede un negro gli tira le noccioline ma lo fa per scherzare». Un racconto da brividi che lascia tutti perplessi, tranne i finti moralisti. Non è ancora chiara la dinamica dell’aggressione ma ciò che è evidente è il clima di violenza che si respira a Fermo, in Italia, nel mondo. Un vento di odio che aleggia sulla gente che viene considerata diversa solo perché diverso è il suo colore della pelle, solo perché diversi sono i suoi tratti somatici. Un ultrà che era stato tenuto lontano dagli stadi per quattro anni a causa di atti di violenza. Ecco chi è Amedeo Mancini. Un uomo bianco in grado di spappolare il cervello ad un negro e di ferire una “scimmia”. Solo che la ferita si è aperta nel cuore di una cittadina che si è sempre professata come un «esempio virtuoso di integrazione ed accoglienza anche rispetto a chi rifugge da drammi inenarrabili», così si esprime il sindaco Paolo Calcinaro.

Lotta continua al razzismo

L’esasperazione, la cieca violenza, la fobia del diverso, la depravazione, la vigliaccheria hanno pestato a sangue i valori di tante persone che credono ancora in un’Italia migliore. L’amore per il prossimo, il coraggio, la generosità stavolta schiaffeggiano moralmente qualsiasi atto violento di un qualsiasi esaltato che con il calcio c’entra poco. Chinyery ha, infatti, scelto di donare gli organi del marito. Così, da qualche parte, tra qualche giorno, probabilmente qualcuno potrebbe avere un cuore nero che gli batte nel petto bianco. Da qualche parte, tra qualche giorno, qualcuno tornerà a vivere grazie ad una morte. Perché non esistono discriminazioni che tengano, né partiti politici che fanno propaganda razzista quando si tratta di una vita umana che sbiadisce col rischio di cadere nel dimenticatoio, come è successo per Abdoul Guiebre, un diciannovenne ucciso a sprangate perché aveva rubato un paio di biscotti dal bancone di un bar. Di lui non resta nemmeno il ricordo. Perché non ha importanza chi sia il mandante morale o quale istituzione abbia indirettamente istigato alla creazione di un clima perpetuo di odio e di divisione. Non ha importanza nemmeno che la stessa aria di razzismo si respiri anche negli stadi che frequenta Amedeo Mancini, il quale magari ha contribuito al lancio delle banane ai giocatori di colore. Ciò che conta realmente è riuscire a fermarsi un istante, realizzare che anche stavolta è stata spezzata una vita a causa della violenza xenofoba e scusarsi con l’intera umanità per non essere più umani.