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Eroica Fenice

Fortunata, è sold out al Napoli Film Festival

Fortunata, è sold out al Napoli Film Festival

Si è svolto ieri sera, al cinema Hart, quello che per i nostalgici continua a chiamarsi Ambasciatori, l’ultimo incontro del Napoli Film Festival, dedicato al film Fortunata di Sergio Castellitto, premiato con tre Nastri d’Argento e il riconoscimento a Jasmine Trinca nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes.

Incontro che, oltre ai tanti aneddoti cinematografici, verrebbe da definire come celebrativo di un amore, quello per Margaret Mazzantini, che il regista stesso ha definito come scritto dal destino. Un appuntamento che è riuscito ad andare avanti perché in amore incontrarsi non è mai abbastanza, in quello che diventa un mestiere a tempo pieno e non ha nulla a che vedere con il part-time.

E un’intervista, quella rivolta al regista, che ha saputo sorprendere per la piacevole armonia celata dietro così tante diversità. Quelle che contrappongono il mestiere di scrittore a quello di regista. La perfetta antitesi che si inserisce tra caratteri e lavori diversi. La stesura di personaggi come culmine di un gesto di solitudine, contrapposta all’interpretazione cinematografica di chi lavora lo stesso con la fantasia, ma è immerso in una moltitudine di persone che compongono un set. Due anime diverse, che hanno imparato a rispettare i segreti interiori dell’altro.

Un cinema, quello di Castellitto, che si nutre di una raccolta di personaggi e di archetipi che sanno resistere nel tempo, in cui, spesso e volentieri, ha rivelato che è difficile tagliare troppo perché portatori quasi sempre di qualcosa di vivente e strettamente necessario. Personaggi dei quali si finisce per avere nostalgia proprio perché diventano figure esistenti, ancor più esistenti di tante persone che fingono di esistere.

Fortunata, un cuore grande quanto la periferia

È in questa miriade di pagine scritte, di quelle che il regista ha definito “fantasmi” che piano piano prendono vita, che si inserisce Fortunata. Condottiera di un film in cui la vita sembra giri intorno alla frenesia di un mondo in cui tutti “dormono male” le poche ore in cui riescono a farlo. Un universo fatto di personaggi belli e dannati, con la fisionomia scavata dai pensieri. Una figura di madre alle prese con un marito assente, quella di una splendida Jasmine Trinca, che, per certi versi e sicuramente il guardaroba, ricorda Eva Mendes in “Come un Tuono” di Derek Cianfrance. Meches bionde, jeans strappati e quello stile rock che fa da cornice ai sobborghi di Tor Pignattara, nella corrente di verismo che accompagna gli spettatori in una Roma buia e dannata alla quale spesso non siamo abituati.

Fortunata, che di mestiere fa la parrucchiera, è il rincorrersi di stati d’animo che fanno a schiaffi con la realtà, che vorrebbero uscire dalla sua pelle per entrare in quella di un’altra, che continuano a tatuarsela per protesta ma che al tempo stesso si rivelano paladini di un grandissimo esempio di libertà, sconosciuta a tutti coloro che vivono una vita tranquilla, con la routine al posto delle pasticche.

Un’interpretazione che si mescola con la vita di Chicano (Alessandro Borghi), il suo amico tatuato dall’equilibrio instabile ed una madre in preda all’Alzheimer, con il quale sogna di aprire un negozio nel quale cominciare a fatturare tutto ciò che fino ad ora ha guadagnato in nero. Il sogno di una vita diversa, che deve riuscire a trovare il tempo di prendersi cura della figlia Barbara (Nicole Centanni), costretta a recarsi da uno psicologo e che trova, come unica forma con la quale palesare la sua protesta, gli sputi da lanciare alla madre. Una caratterista che, per dirla alla napoletana, sembra trovare i suoi illustri predecessori nel Teatro di De Filippo, nel personaggio di “zì Nicola” che, ne “Le Voci di Dentro”, lanciava sputi e sparava botte per palesare il proprio disagio dello stare al mondo.

In un mondo in cui gli ultimi rimarranno ultimi e che considera poveracci tutti quelli che continuano a restare sulla terra, si inserisce Patrizio (Stefano Accorsi), lo psicologo che inizierà un percorso di riabilitazione con Fortunata e che finirà per innamorarsi di lei. Di quella follia capace di completarlo, di quell’estro trasgressivo che vorrebbe tanto possedere, ma non riesce ad avere perché continua a vestirsi tutte le mattine con la solita camicia, stirata a pennello e con il collo appiattito dalla sua vita monotona.

Fortunata resterà un inno alla diversità. A tutto ciò che si nasconde dietro i disagi di una vita nata storta, che ci mette al cospetto di quello scorcio di società in cui si sta male quando si ricorda e meglio quelle poche volte che si riesce a non farlo. Di chi si convince di poter sognare una vita diversa solo sotto l’effetto sbilenco dell’alcol o della droga. Debole come tanti, ma intelligente come pochi. Bello e con un’unica sfortuna: una sensibilità fuori dal comune che, indifesa, non riesce a gestire tutte le ansie che la società moderna ci mette davanti.