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Francia: storico addio alle stoviglie in plastica

Francia: storico addio alle stoviglie in plastica

Dopo aver abbandonato i sacchetti usa e getta, la Francia vuole aggiungere un altro tassello al suo percorso in favore della sostenibilità, vietando anche l’utilizzo delle diffusissime stoviglie di plastica, così da salvaguardare il più possibile l’ambiente.

In base a una legge entrata in vigore il 30 agosto 2016, infatti, a partire dal 2020 per i francesi scatterà il divieto di produzione, vendita ed anche cessione gratuita di piatti, bicchieri e posate monouso; fino a quella data, le aziende produttrici avranno l’obbligo di adottare alternative ecologiche, ovvero realizzate con materiali organici biodegradabili. Molti paesi europei e alcuni stati Usa hanno già adottato misure contro gli shopper di plastica, ma la Francia è in assoluto la prima ad allargare il divieto ai diffusissimi contenitori fabbricati con materiali a forte impatto ambientale.

A breve, dunque, il “déjeuner sur l’herbe”, il pranzo sul prato tipicamente francese, ritratto nel celebre quadro impressionista, dovrà dotarsi di differenti stoviglie; cambiamento in vista anche per chi vuole mangiare uno spuntino veloce, in ufficio o fuori casa. Il provvedimento voluto dal partito ecologista ha ovviamente scatenato gli entusiasmi degli ambientalisti, che hanno accolto con molto favore il divieto, augurandosi che possa diventare un esempio da seguire per altri Paesi; non mancano, tuttavia, le voci contrarie dei produttori, convinti assertori che la legge viola le norme dell’Unione Europea sulla libera circolazione delle merci e che si tradurrà sfavorevolmente per i consumatori. La stessa ministra dell’Ambiente, Ségolène Royal, si è dichiarata contraria, definendo l’idea “anti-sociale” e ricordando l’uso che si fa delle stoviglie in plastica nelle prigioni, negli ospedali e in altre mense pubbliche.

La Francia ha scelto di valorizzare le misure “green”

La legge appena entrata in vigore rientra tra le misure approvate nel luglio scorso nel quadro della “Transizione energetica per la crescita verde”, scaturita dalla Cop21, la Conferenza sul clima svoltasi a Parigi nel dicembre 2015. Secondo recenti ricerche, infatti, pare che solo 1%, dei 4,73 miliardi di bicchieri di plastica annualmente prodotti conoscano un effettivo riciclo; è bene sapere, inoltre, che nell’Oceano Pacifico galleggiano delle vere e proprie “isole di plastica” estese per più di 700.000 km2, contenenti circa 7 milioni di tonnellate di sola plastica inquinante; anche il nostro mare, stando ad un recente studio di alcuni ricercatori spagnoli, presenta tra le 1.000 e le 3.000 tonnellate di plastica galleggiante.

Tutto questo è reso più drammatico se si pensa che i frammenti delle bottiglie di plastica da noi utilizzate resteranno nell’ambiente per più di 500 anni. Una possibile soluzione è, appunto, scegliere eco-stoviglie biodegradabili, composte a partire dalla carta riciclata, dall’acido polilattico, ottenuto da risorse vegetali come l’amido di mais, e dalla polpa di canna da zucchero, materiale che può essere perfino riutilizzato in microonde, forni e congelatori.

La Francia vuole porsi all’avanguardia di quella che è stata definita “l’economia circolare”

L’economia circolare, secondo la definizione che ne dà la Ellen MacArthur Foundation, «è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera». L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro. Nell’economia lineare, invece, terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento.

Introdurre misure di reintegrazione dei materiali, potrebbe gradualmente produrre la fine di uno dei meccanismi su cui si basa l’economia lineare, ovvero l’obsolescenza programmata dei prodotti, oltre che introdurre una serie di cambiamenti a livello culturale: quella circolare è, infatti, una forma di economia più collaborativa, che mette al centro non tanto la proprietà e il prodotto in quanto tale, ma la sua funzione e il suo utilizzo. Prolungare l’uso produttivo dei materiali, riutilizzarli e aumentarne l’efficienza servirebbe a rafforzare la competitività, a ridurre l’impatto ambientale e le emissioni di gas e a creare nuovi posti di lavoro. Sicuramente una bella sfida, una scelta coraggiosa e purtroppo ancora controcorrente in un mondo fondato sull’usa e getta cronico, sul disfarsi e ricomprare, sul non rispetto di qualsivoglia utensile che, alla fine del suo ciclo, invece, potremmo contribuire a far rinascere sotto una nuova forma e per una nuova destinazione.