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Eroica Fenice

Gela restituisce ancora tesori archeologici

Gela – come narra, fra gli altri, Tucidide, nel sesto libro delle Storie – fu fondata nel primo quarto del VII secolo a.C. da Antifemo di Rodi e Eutimo di Creta.

Nel VI secolo a.C., la colonia rodio-cretese divenne particolarmente fiorente, grazie a tiranni come Cleandro ed Ippocrate, che ne promossero la politica espansionistica, consentendo a Gela la fondazione di sub-colonie satelliti, quali Akragas (Agrigento), Leontini (Lentini), Naxos.

A distanza di 2600 anni circa, Gela ci restituisce vestigia del suo passato e della sua ricchezza, che costituiscono per noi – per usare le parole di Sebastiano Tusa, Soprintendente del mare“beni di inestimabile valore”. “Da questi tasselli di storia” – continua Tusa – “emerge una Gela ricca, dalla quale transitava mercanzia pregiata.”

È di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento – al largo di contrada “Bulala”, a 300 metri dal litorale di Gela, a 4 metri di profondità – del relitto di una nave greca. Il relitto, è stato trovato grazie alla segnalazione e all’intervento di un subacqueo gelese Franco Cassarino.

Il relitto non è ancora stato recuperato, ma, secondo le prime indiscrezioni, parrebbe databile agli inizi del VI secolo a.C. e, potrebbe, quindi, configurarsi come il più antico relitto ritrovato nel mare siculo.

I fondali ci hanno restituito anche un’anfora, databile tra il III ed il II secolo a.C.; una brocca; una anforetta; una kylix (vale a dire una coppa da vino, in ceramica, il cui utilizzo, nel mondo greco, è attestato proprio a partire dal VI secolo a.C.) a vernice nera, di importazione attica; un vaso, definito kothon (o cothon), d’importazione corinzia (Kothon è il termine tecnico con cui si indica una non frequente forma di coppa, con corpo basso rigonfio ed orlo rientrante; tale coppa è dotata di un’unica ansa ad anello, sebbene non siano rari gli esemplari di kothon sprovvisti di ansa).

Si tratta del quarto relitto, rinvenuto a Gela. Il primo fu recuperato nel 1988, sempre in località Bulala, a circa 2 km ad est della foce del fiume Gela. Tale nave, di grandi dimensioni e ben conservata, aveva il fasciame della carena “cucito” con fibre vegetali, realizzato secondo una tecnica già descritta da Omero nel II libro dell’Iliade.

Tale nave fu recuperata in due campagne di scavo (nel 2003 e nel 2008); i suoi resti furono restaurati presso il laboratorio specializzato della Mary Rose Archeological Services di Portsmouth, in Inghilterra. La stiva offrì una notevole quantità di reperti archeologici, fra cui vasellame attico a vernice nera e due askoi a figure rosse. (Askos è il termine moderno con cui si indica un piccolo vaso – con corpo appiattito e collo cilindrico -, adoperato per conservare e versare l’olio nelle lampade.

Una seconda nave, databile al V secolo a.C. – ben conservata, ma di dimensioni inferiori – fu trovata a breve distanza dalla prima. Un terzo relitto fu individuato presso la foce del fiume Drillo, tra Gela ed Acate.

Come affermò, nel 1989, per il quotidiano “La Sicilia”, Marcello Guarnaccia, Segretario Regionale della Lega Europea per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Sommerso, “i reperti subacquei sono in grado di esercitare un enorme richiamo turistico. Non incentivarne la ricerca, lo studio e la protezione rappresenta non solo una grave offesa alla cultura mondiale, ma priva la Sicilia di quella opportunità di sviluppo socio-economico di cui invece ha tanto bisogno.”

Infatti, questi ritrovamenti testimoniano l’importanza archeologica del Golfo di Gela, che, verosimilmente, potrà ancora esser foriero di tesori di straordinaria importanza storico-archeologica. La speranza è che questo quarto ritrovamento possa riesumare , dall’oceano dell’indifferenza – l’idea dell’allestimento del Museo della navigazione greca, opera mai realizzata (nonostante il fatto che la regione Sicilia avesse stanziato 5 milioni di euro, andati, poi perduti.)

Gela restituisce ancora tesori archeologici

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