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Eroica Fenice

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La giornata della memoria: i ricordi sepolti

Questo è il giorno giusto. Così dicono, così ci hanno insegnato. Che ci sono giorni migliori per fare festa e dimenticare, e poi ci sono quelli buoni per ricordare. Ricordare, una parola che ha dentro il cuore (cor, cordis), perché era il cuore, secondo alcuni popoli antichi, il custode dei ricordi. Ma a mettere una mano sul petto, il cuore non batte più forte, la memoria non si attiva, è la giornata della memoria e i ricordi non tornano, non ce ne sono mai stati.

Passa il tempo, dieci, vent’anni, cinquanta. Le generazioni si avvicendano e le storie che una volta si erano vissute o erano nei racconti di chi ne era stato testimone, adesso non sono che pellicola e carta. In quei “capolavori”, film e libri, salvati dal buco nero dell’oblio temporale, che formano le maglie della rete della cultura occidentale, l’Olocausto per noi non è più vero dei mondi e delle guerre di Star Wars. E altrettanto lontano.

E allora perché una Giornata della memoria? Per chi?

Eppure basterebbe mettere a fuoco i contorni e guardare più a fondo. Non fermarsi alla superficie, non lasciare scorrere via il tempo. Se c’è un giorno, uno solo, non è fatto per chi c’era, per chi ha visto. Per loro la memoria è stata la dannazione più grande e forse qualcuno avrebbe voluto che fosse un organo non vitale, quella sua memoria, per poterlo dare via per sempre. Per smettere di rivivere in ogni istante tutto quanto era stato in grado di trasformare la sua stessa vita fino a renderla un peso insopportabile; fino a decidere di uscire di scena in anticipo, o forse nell’unico momento che si era ritenuto giusto, da sopravvissuti, per poter testimoniare, al di là del dolore, che ognuno possiede la propria vita e nessun altro può averne il controllo, per nessuna ragione al mondo.

E se c’è un giorno, uno solo, è per noi che siamo arrivati oltre il tempo limite consentito, che siamo nati lontano da certe follie e ignari delle nostre piccole, immense fortune, quelle di cui non sappiamo fare tesoro, perché la vita è un gioco di sottrazioni. Per noi che dobbiamo fare uno sforzo immane per immaginare, tentare di capire, avvicinarci ad un’idea pur vaga e imprecisa di quello che deve essere stato. E leggendo, osservando, ascoltando, forse, da qualche parte, dentro di noi si accenderà una luce, quella stessa luce che ci illumina i ricordi in un lampo d’intuizione, e il ricordo atavico che si imprimerà a fuoco nella nostra mente, l’unica frase degna di essere pronunciata di fronte a un orrore che nessuno è all’altezza di raccontare né nominare, sarà pensiero, richiesta, imperativo categorico per i secoli a venire:  mai più.

Il superstite

Since then, at an uncertain hour,
dopo di allora, ad ora incerta,
quella pena ritorna,
e se non trova chi lo ascolti
gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
lividi nella prima luce,
grigi di polvere di cemento,
indistinti per nebbia,
tinti di morte nei sonni inquieti:
a notte menano le mascelle
sotto la mora greve dei sogni
masticando una rapa che non c’è.
“Indietro, via di qui, gente sommersa,
andate. Non ho soppiantato nessuno,
non ho usurpato il pane di nessuno,
nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è colpa mia se vivo e respiro
e mangio e bevo e dormo e vesto panni.
(Primo Levi, 4 febbraio 1984)

Martina Salvai