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Eroica Fenice

Greyman? No, grazie, a noi piacciono i colori

Oltre a un Governo del tutto instabile, le elezioni politiche del 2013 hanno lasciato all’Italia il dato amaro di una ridotta affluenza alle urne: le statistiche hanno reso noto che mai, nella storia della Repubblica, aveva votato meno dell’80% degli italiani.

Le cause di questo calo possono essere rintracciate nel periodo storico che stiamo vivendo, un periodo disseminato da crisi economiche, sociali, persino etiche, un periodo in cui, a dire il vero, si sta tentando in tutti i modi di annullare le coscienze e l’intelletto del popolo.
Perché il popolo non vota? Pigrizia? Crisi? Sfiducia? No. Il popolo non vota perché gli stanno rubando la libertà di farlo. Ciò che lo Stato sta costruendo non è un individuo civilmente educato, ma un individuo stremato, costretto ogni giorno a lottare perché un barlume di futuro gli sia garantito.

All’italiano del 2013, cui è stato tolto tutto, quanto poteva importare di recarsi alle urne e barrare un’immagine tra le tante? All’italiano del 2013 importava alzarsi al mattino e sapere di doversi recare al lavoro o a scuola o al mercato senza preoccupazioni e dubbi. All’italiano del 2013 importava del presente prima ancora del futuro, perché se il presente non c’era, il futuro non aveva ragione d’essere menzionato.
E l’italiano del 2014 è identico a quello del 2013: la situazione non è cambiata, semmai è addirittura peggiorata.
E non parlo di “crisi economica”, parlo di gestione e sfruttamento di un momento storico particolare. Perché la famigerata crisi economica è solo il pretesto – uno dei tanti – per schiacciare, come detto, coscienze e intelletto, per ammazzare i sogni e l’immaginazione, per intrappolare tutti in un presente privo di aspettative.
Se non hai soldi, se non hai possibilità di lavorare, se sei un precario, se sei costretto a lasciare il tuo paese, se non ricordi più com’è che si inventa il proprio futuro, la colpa non è mica della crisi, ma di chi l’alimenta, di chi la strumentalizza affinché tu, “misero abitante del popolino”, resti inchiodato lì, al tuo ghetto, sempre più stremato, sempre più disilluso e sempre più vuoto. Perché un individuo cui viene sottratta la possibilità di progredire, di costruirsi un domani, è un individuo destinato a divenire un dannato involucro vuoto, privo di qualsivoglia sostanza.

Un acuto Samuele Bersani, nell’ormai lontano 2006, cantava Lo scrutatore non votante, individuando con brillante ironia coloro abituati a non schierarsi, a non esporsi, ma allenati così bene a portare la maschera da apparire agli occhi di tutti quali individui coscienziosi e “civili”. Nel video del singolo, Bersani chiama questi soggetti Greymanil Greyman dell’artista Dadara –, letteralmente “uomo grigio”, un uomo mediocre insomma, abituato a stare bene incastrato in degli stereotipi e ad appiattire col suo modo di fare una società già compromessa.

I Greyman sono ovunque e sono così schiacciati dalla loro apatia da voler imporre il grigiore a tutti; dopotutto, quale miglior paese di uno che fa buon viso a qualsiasi cattivo gioco?
Ma a contrastare gli omini grigi c’è una considerevole fetta dell’Italia a colori, un’Italia che è però stanchissima, oserei dire in ginocchio, un’Italia che rischia di arrendersi. Allora, io dico a tutti coloro che ancora hanno sul corpo macchie di colore: anche se le ginocchia scricchiolano e fanno male, a costo di trascinarvi, non assopitevi sul pavimento. Resistete.

Perché, nonostante tutto, un buon 70% degli italiani si è recato alle urne alle elezioni del 2013? Perché i colori sgargianti sono più appariscenti del grigio, e questa è una certezza che nessuno può infangare.

– Greyman? No, grazie, a noi piacciono i colori –

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