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Guerriglia, violenza e proteste studentesche a Bologna

Guerriglia, violenza e proteste studentesche a Bologna

Dopo un’intera giornata trascorsa tra proteste e tensione, il 9 febbraio la polizia sgombera, in serata, piazza Verdi a Bologna e si fa largo fino alla biblioteca occupata dagli studenti. Il contenzioso? L’installazione di tornelli che limitavano l’accesso dei fruitori della biblioteca tramite badge: una misura cautelare ritenuta necessaria dall’Università di Bologna e consequenziale alla decisione di prolungare l’orario di chiusura della struttura fino a mezzanotte.

«Tornelli non ne vogliamo più, colpo su colpo li tireremo giù» è lo slogan che i ragazzi, dopo l’assemblea plenaria conclusasi alle 13 del giorno precedente, hanno cominciato a urlare a gran voce. Gli studenti intervenuti appartengono al Cua (Collettivo universitario autonomo) e a Làbas occupato e dalla sede di Via Zamboni 36 della facoltà di Lettere hanno lanciato la loro protesta e richiesto una giustizia legata alla possibilità di usufruire liberamente di uno spazio “pubblico”.

Da proteste a tafferugli: la guerriglia studentesca di Via Zambino 36

La situazione, diventata indubbiamente più di un semplice confronto, ha visto l’arrivo della polizia, armata di caschi blu, scudi e manganelli e chiamata dall’Università, che – di contro – aveva ricevuto sfide e provocazioni dai manifestanti: sembra abbiano infatti smontato la porta a vetri dell’edificio assieme ai tornelli e portato i pezzi, a scopo dimostrativo, in Rettorato e al rettore dell’Alma Mater Francesco Ubertini. La risposta è stata la chiusura dell’ateneo e da lì l’occupazione a tutti gli effetti. «L’università vigliacca chiude il 36», «Il 36 torna libero. Chiediamo da subito che l’università ci dia delle risposte concrete» sono i messaggi, molto chiari, degli studenti che non si sarebbero mossi senza aver ottenuto ciò che chiedevano.

Con l’arrivo della polizia, però, le proteste si sono trasformate in veri e propri scontri. Nelle aule, fuori da esse, nelle strade. A farla da padrone la violenza, con manganellate da un lato e tiri di sanpietrini dall’altro: un quadro che prospettava tutto fuorché il dialogo inizialmente richiesto. L’intervento armato ha permesso intanto lo sgombero e la liberazione delle aree occupate, mentre sul web girano fotografie e video registrati anche dagli stessi studenti coinvolti.

Alle 16 del 10 febbraio è stato organizzato un corteo da Piazza Verdi, cuore della protesta, con a capo uno striscione che richiede la libertà per il “36”.

L’opinione pubblica e la divisione sugli scontri bolognesi

L’opinione, però, si divide. Le accuse di abuso delle forze armate e di vandalismo dei collettivi si bilanciano, in uno sdegno che non ha la stessa compattezza delle tragiche vicende conservate nella memoria collettiva e studentesca avvenute in passato. Niente che solleciti un disappunto omogeneo, dai liberi cittadini alla politica: persino sulle pagine pubbliche dei collettivi si chiede maggiore chiarezza. Dove invece la situazione è stata interpretata senza dubbi, c’è stato un fioccare di giudizi.

«Perché l’università è un’istituzione pubblica?!?», lasciando intendere che recarvisi è un diritto per chiunque e «l’accesso alle strutture dell’università designate agli ISCRITTI deve essere controllato» esprimono perfettamente il clima controverso venutosi a creare. In fondo ciò avrebbe permesso l’apertura prolungata di un luogo che normalmente altrove avrebbe chiuso i battenti nel primo pomeriggio. Servizio più efficiente sì o no? Tutelante? Elitario? Discriminante? Chi più ne ha, più ne metta. Domande che potrebbero però ricevere una risposta, ponderata, ragionata, studiata e in tempi relativamente brevi.

Ma i mezzi, l’intervento, i sanpietrini, il vandalismo, lo scontro, la guerriglia, i manganelli, la violenza erano poi così necessari? Cosa è mancato perché si stabilisse un dialogo? Chi ha davvero forzato la mano? La risposta, qui, non è altrettanto “semplice”. Il compianto Bauman affermava che «il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione» e l’unica cosa chiara in questa relazione controversa e ancestrale tra cittadino e Stato è proprio questo.

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