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Eroica Fenice

Ho paura. Sono razzista?

Mattinata afosa, a Caserta. Sono le dieci di una mattina di Luglio e la città è un viavai di vite che sfrecciano le une accanto alle altre, immerse nelle proprie urgenze. Siamo alla stazione. Per chi non conoscesse la topografia del luogo, quella di Caserta è una piccola stazione, affollata, confusa e malgestita, umiliata nella sua piccolezza dal monumento settecentesco che si impone, nella sua maestosità, all’occhio di chi ne varchi la soglia e desideri addentrarsi in città. Una cartolina.

La Reggia di Caserta, avvolta nel perenne telo di ferro delle impalcature che ne deturpano la facciata, tutto vede e tutto sa di quel microcosmo che brulica ai suoi piedi, come gli occhi del Dr. T. J. Eckleburg ne Il Grande Gatsby.

Questo giudice antico, drago dormiente al cospetto di un incantesimo di degrado, tutti i giorni vede affastellarsi lungo il viale principale di Piazza Carlo III una folla di venditori ambulanti, questuanti, che arrivano dalla stazione – o dai bassifondi del parcheggio sotterraneo – e colonizzano quel suolo di cianfrusaglie la cui vendita è affatto conforme alle leggi italiane. Spettacolo ordinario, per chi a Caserta risiede.
Ordinario nello straordinario è anche che quella piazza, la più grande d’Europa, è da mesi – nei sentieri laterali, dove il prato è più incolto e l’occhio non può sapere cosa si nasconda dietro le sparute siepi – sito di bivacco per una popolazione infelice che vive ai margini della società e della legalità.

È il segreto di Pulcinella, che tutti sanno ma che molti fanno finta di non conoscere o, almeno ci provano. Ci provano perché non è facile condividere il tempo e lo spazio con altre persone che non rispettano il tuo tempo e il tuo spazio, soprattutto quello fisico. Quando ti vengono quasi addosso, schiantando le loro mani contro il tuo corpo, per chiederti l’obolo. L’euro da donare al “povero affamato” che non chiede, ma pretende. Oppure quando ti piazzano fra le mani o sul tavolo del bar un artefatto, un oggetto, una chincaglieria da acquistare a poco prezzo, offerta con insistenza. Si cerca di dimenticare o far finta di nulla perché si conoscono storie, molto spesso tragiche, di queste persone e di quegli occhi e quelle mani che hanno davvero patito la fame attraversando un mare di disperazione per arrivare fino a qui. A chiedere. E non trovare.
Epokè. Sospensione del giudizio.

Fabrizio Gatti nella sua inchiesta per l’Espresso del 2005 ci racconta di un’Italia che non sa accogliere l’orda di disperati che fuggono in cerca di un futuro migliore. Infiltratosi in qualità di profugo, narra di come alcune guardie maltrattino gli accolti e di quali siano le condizioni del Centro in cui tanta umanità viene smerciata a ritmi compulsivi. E di come sia facile passare per profugo in un’Italia che non è capace di dare un cognome e un nome a un uomo che non sia nato qui e che venga dal mare. Questa è la questione che credo riguardi noi tutti: in Italia è possibile non essere identificabili.

Un individuo diviene soggetto di diritto, titolare cioè di diritti e doveri, dal momento della nascita e con ciò viene reputato dotato di capacità giuridica (Art. 1 Codice Civile).

Privi di nome e cognome, non possono essere identificati, non possono usufruire di diritti fondamentali e necessari quali diritto al lavoro, all’istruzione e accesso alla sanità e, cosa che dovrebbe destare non poca preoccupazione, possono non essere puniti quando non rispettano i loro doveri. Con ciò non si vuole capziosamente significare che tutti coloro che si ritrovano da stranieri sul suolo italico siano potenziali delinquenti; possono essere invece, d’altro canto, potenziali vittime (sfruttamento minorile, prostituzione, racket della droga, lavoro nero, etc.). Insomma, perdono la capacità di essere persone riconosciute dal tessuto sociale, si dispongono ai margini, vivono di espedienti e rinunciano. Rinunciano al rispetto e al rispetto che ci si deve tra individui.
Si fanno occhi e mani senza padrone. Occhi e mani qualsiasi.
Occhi come quelli di chi chiede l’obolo, nell’ipotesi più soft, o come quegli occhi e quelle mani che hanno ghermito – o, meglio, tentato di ghermire – una passante in un mattino di Luglio.
Una ragazza che transitava, fuori alla stazione di Caserta, immersa nei ritmi della sua vita. Una ragazza che ha urlato, ha tentato di colpire, si è dimenata e ha visto i padroni dei quattro occhi fuggire alla svelta e poi dileguarsi. Nel buio sociale, istituzionale, legislativo, lasciando lei invece illuminata dallo sconcerto, dallo spavento, dalla paura.
La paura di non essere Donna e Libera. La paura di essere tacciata di qualunquismi razzisti.

Perché la ragazza ha dovuto giustificarsi, attraverso il suo profilo Facebook, con un’Italia buonista che taccia ipocritamente di razzismo chi ha il coraggio di denunciare e di porre l’accento su un problema serio:
“Le persone che vivono lì sono extracomunitari. Non sto mancando di rispetto a nessuno. Due di loro (perché smettiamo di scherzare, non sono una visionaria) mi hanno usato violenza. (…) E da oggi in poi avrò facoltà di evitarli, tutti. Sarò razzista? Amen. Quello che ho subito oggi non voglio correre il rischio di correrlo più. La mia indifferenza non è anticostituzionale. La mia indifferenza non gli farà del male fisico. La mia indifferenza non gli toccherà parti intime del corpo e dell’anima.”

Il nemico è la paura. Si pensa che sia l’odio, ma è la paura. (Gandhi)

Ogni essere umano è predisposto a vivere, tra tutti i sentimenti, anche quello della paura. Con tale termine vengono definiti stati di differente intensità emotiva, che si estendono da una polarità fisiologica (questo è il caso dell’apprensione, dell’inquietudine) sino ad una polarità patologica comprendente fenomeni come panico, fobia, ansia.
Esiste la paura innata, derivante, tra le altre cose, da “stimoli intensi, oggetti, eventi o persone sconosciuti dai quali l’individuo non sa cosa aspettarsi e neppure come eventualmente affrontare; situazioni di pericolo per la sopravvivenza dell’individuo o per l’intera specie”. Esiste, anche, la paura appresa derivante da esperienze dirette dimostratesi pericolose e penose.

I racconti su Cappuccetto Rosso e il lupo cattivo (cattivo, non nero), le storie anche più macabre tramandate attraverso i media e questo fisiologico sentimento di timore ci fanno percorrere i nostri passi in maniera sempre vigile, spedita e attenta. Ci fanno temere dinnanzi ad ombre misteriose, perché l’ignoto, ciò che non conosciamo né possiamo controllare, è quello che realmente ci spaventa.

Lo stesso termine “xenofobia” fa riferimento alla paura per ciò che non si conosce, non ad un odio verso lo straniero. Questo appunto voglia essere un accenno di rammarico dinnanzi a chi, rispetto a una simile vicenda, si è maggiormente preoccupato di impuntarsi sulla questione “razzismo”, che va tanto di moda. Come se dinnanzi a una violazione del proprio corpo e del proprio diritto a muoversi con sicurezza all’interno della propria città il colore della pelle dell’aggressore possa costituire una variabile fondamentale.

Come se contassero il sesso, l’età e altri dati anagrafici della vittima e del carnefice per rendere un simile episodio rilevante da un punto di vista morale e sociale. Specie facendo riferimento alla apparente inidoneità da parte delle istituzioni a intervenire concretamente dinnanzi a situazioni come quella della stazione di Caserta.

Certamente encomiabile appare la tenacia della protagonista di questo spiacevolissimo evento la quale, seppur scossa, si è precipitata a denunciare il fatto. Per sentirsi rispondere, però, “Non possiamo fare niente perché non hanno identità.”
“E allora vorrei solo sicurezza. Tutto qui.” ha dunque commentato sui social ponendo in evidenza il fatto che la riguardava in prima persona. “Questo post è anche per tutti quelli che gridano al razzismo con troppa facilità, senza tener conto della paura delle persone. E la paura andrebbe rispettata. Perché da questa mattina una ragazza di 27 anni ha perso un po’ della sua indipendenza”.

Ho paura. Sono razzista?

[custom_author=Maria Pia]