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Eroica Fenice

Primo maggio: tra storia e crisi

Dando uno sguardo per curiosità, come ogni anno, al programma del Concertone di Roma per comprendere se valga la pena sobbarcarsi ore di viaggio ed esporsi al rischio di un’insolazione nell’attesa di qualche cantante, ormai sulla soglia dei trent’anni, con un dottorato quasi conseguito e il nulla lavorativo davanti a me, mi chiedo, ancora una volta, che senso abbia “festeggiare” il primo maggio e se tutti quei ragazzi che affolleranno piazza S. Giovanni sapranno almeno perché sono lì; se sanno che il primo maggio è una festa che affonda le sue radici nelle lotte dei movimenti dei lavoratori per ottenere migliori condizioni lavorative ed è celebrata in molti paesi del mondo, persino in Cina, dove tali condizioni sono notoriamente pessime, il che dovrebbe far riflettere sulla retorica che caratterizza spesso questa “festa”.

La scelta del primo maggio come data non è casuale, ma è (o almeno dovrebbe essere) fortemente evocativa, richiama alla mente la cruenta repressione dei lavoratori di Chicago avvenuta nei primi giorni di maggio del 1886, ed è stata in qualche modo ufficializzata dalla Seconda Internazionale riunita a Parigi nel 1889 e persino “riconosciuta” dalla Chiesa, che dal 1955, in questo giorno, celebra il suo lavoratore per eccellenza, “san Giuseppe”.
Anche l’Italia ha conosciuto i suoi martiri per il lavoro, oltre alle migliaia di morti bianche dovute ad ormai annosi e irrisolti problemi di sicurezza, ci sono state vere e proprie stragi, come quella di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, avvenuta il 1 maggio del 1947, dove la festa-protesta dei contadini contro i latifondisti siciliani venne tacitata nel sangue dalla mano del bandito Salvatore Giuliano, probabilmente mossa da “interessi superiori”; uno dei tanti segreti di stato destinati a rimanere irrisolti.

È proprio questo binomio festa-protesta che mi ha sempre colpito nella celebrazione del primo maggio: anni e anni di lotte hanno permesso ai ragazzi riuniti a piazza S. Giovanni di festeggiare e protestare con la musica, ma per cosa?
È il giorno in cui chi lavora si gode il meritato riposo o semplicemente festeggia il fatto di avere un lavoro, ma allo stesso tempo protesta e si mobilita perché magari si tratta di un lavoro precario o mal pagato o semplicemente rischioso; è la data in cui chi è disoccupato festeggia preventivamente, per portarsi avanti col lavoro, ma è anche il giorno in cui protesta per richiamare l’attenzione dei governanti sul problema della disoccupazione, magari facendo notare che il primo articolo della Costituzione italiana recita che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: le diverse forze politiche riemerse dalla ceneri del secondo conflitto mondiale devono dunque aver sentito l’esigenza di mettere questo concetto al centro della nostra carta costituzionale, rendendolo addirittura IL tratto distintivo della nostra Repubblica democratica, non a caso ribadito in diversi articoli relativi ai principi fondamentali su cui si regge il nostro stato. I cittadini vengono di fatto costituzionalmente connotati come lavoratori e il lavoro diventa un diritto-dovere attraverso il quale ciascuno può contribuire alla crescita materiale e spirituale della società (art.4) e di fatto realizzare se stesso.

Pensando che è paradossale che in uno stato come l’Italia, in cui il livello di disoccupazione, soprattutto giovanile, si attesta ad un livello molto alto per la media di un paese civilizzato, la Costituzione riconosca di fatto proprio nel lavoro il principale strumento per il perseguimento del diritto alla felicità, ritorno a interrogarmi sul Concertone e sui suoi partecipanti e concludo che non me la sento di criticare chi, magari perché è un ragazzo che niente ancora sa del suo futuro lavorativo o semplicemente perché è stanco di deprimersi per esso, ha deciso, per un giorno, di sublimare la sua rabbia cantando canzoni di protesta e ascoltando cantanti talvolta più credibili dei politici, il cui mestiere non dovrebbe essere quello di incantare, ma fare qualcosa per agevolare il diritto-dovere al lavoro.

-Il primo maggio tra storia e crisi-

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