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Eroica Fenice

il san gregorio

Il San Gregorio che non ti aspetti (1° tempo)

Napoli. San Gregorio Armeno. In una viuzza stretta e affollata da pastori e presepi si nasconde un edificio tanto affascinante quanto antico. Dietro ad un cancello si distende una breve scalinata leggermente in salita che conduce ad un portone accompagnato ai lati da due nicchie nelle quali sono collocate due strutture rotanti che ad un occhio inesperto sembrano richiamare la celeberrima ruota degli Esposti. Il portone si apre e la luce del sole trafigge la vista. Lo spazio si apre ampio e arioso e il chiostro di San Gregorio Armeno si mostra in tutto il suo splendore. Ad un primo sguardo l’intero complesso sembra rispecchiare i canoni più classici delle strutture religiose ma aguzzando la vista la scoperta lascia sorpresi. Unico reperto del convento medievale è la Cappella dell’Idria dove sono presenti diciotto dipinti di Paolo de Matteis, pittore abilissimo ma sfortunatamente nato all’ombra di un personaggio carismatico quale il Caravaggio, e la Madonna da cui la cappella prende il nome. Tra i dipinti di de Matteis si notano una Madonna che sovrasta una mezzaluna e un Gesù bambino che tiene nelle mani una mezzaluna e una stella. Di ciò che resta dell’affresco della Madonna dell’Idria si distinguono i dettagli che la accomunano ad un’opera presente nella chiesa di Santa Sofia di Istanbul. La presenza della mezzaluna e della stella, simboli della bandiera turca, e la somiglianza tra la Madonna dell’Idria e quella di Santa Sofia riconducono la provenienza della costruzione conventuale alle monache basiliane che cercavano di scappare dalla guerra iconoclasta dall’allora Costantinopoli, l’attuale Istanbul, portando con loro le reliquie di un santo turco, dell’Armenia: San Gregorio Armeno.

Poco accanto c’è un’antica cucina dotata di macina e di tutti gli utensili del caso di cui ogni suora poteva disporre per un turno di ventiquattrore. In questa cucina è stato creato, secondo una leggenda, il dolce che forse più di tutti rappresenta la pasticceria napoletana, quel dolce che si consegnava al popolo per mezzo di quelle strutture rotanti che collegavano l’interno all’esterno, il convento al popolo, il dolce di origine francese a forma di conchiglia fatto con ciò che restava della pasta sfoglia: la sfogliatella riccia. Alzando gli occhi al primo piano si possono vedere, tra le colonnine che compongono la balconata, dei disegni, dei simboli: sono gli stemmi delle badesse del convento, donne delle più importanti famiglie italiane (Carafa, Caracciolo, Borgia…). Dietro la balconata le finestre piccole si alternano a quelle grandi in corrispondenza delle stanzette destinate alle popolane e delle stanze destinate alle nobildonne. Lasciare una figlia in convento era un vero e proprio investimento, la gerarchia conventuale rappresentava una carriera da scalare e quando le nobili diventavano badesse trovavano sempre il modo, per miracolo o per magia, di restituire alla propria famiglia gli investimenti economici che la famiglia aveva fatto per lei.

Sul lato del chiostro che costeggia la chiesa vi sono delle piccole nicchie in cui le monache si chiudevano per cantare. La loro voce, attraverso una decorazione di ferro battuto che nascondeva il profilo delle donne, pervadeva la chiesa di San Gregorio Armeno come in un harem. Il complesso è totalmente intriso di un senso orientaleggiante che ben si sposa con una simbologia altrettanto affascinante, quella massonica, di cui vi parleremo molto presto.

Il San Gregorio Armeno che non ti aspetti (Primo tempo)