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Eroica Fenice

Immigrati e italiani: chi insegna a chi?

È ormai difficile non accorgersi del gran numero di immigrati che approdano nella nostra penisola e lo è, innanzitutto, perché un mare pullulante di corpi senza vita è difficile da ignorare, per quanto si possano chiudere  le finestre che affacciano su di esso; in secondo luogo perché gli stranieri diventano sempre più spesso i piccoli imprenditori della porta accanto, per cui se alle dieci di sera ti accorgi di aver finito il sale, sai di poterti rivolgere al supermercato pakistano sotto casa che a quell’ora è sicuramente aperto; infine perché gli stranieri sono, attualmente, la più grande risorsa culturale che l’Italia abbia mai avuto a disposizione. Quando, negli anni della Grande Guerra, smisero di circolare merci e persone, l’effetto fu quello di un impoverimento intellettuale, dovuto soprattutto alla censura fascista, per cui tutto ciò che non fosse direttamente pertinente all’ideale – tipo italiano era, quantomeno, da ignorare.

Oggi, in piena globalizzazione, bisogna chiedersi cosa sia cambiato e cosa abbia fatto sì che lo straniero divenisse, o si avviasse a divenire, fonte di conoscenza piuttosto che di pericolo. A cambiare è stata la mentalità generale scaturita dalla costituzione dell’Unione Europea che, poco alla volta, ha tentato di educare i cittadini alla diversità non solo etnica, ma anche linguistica. Nel 1967 la Comunità Europea lancia il Modern Language Project con lo scopo di diffondere, in ambito comunitario, le lingue degli stati membri; nel 1992 è riconosciuto, al cittadino europeo, il «diritto» di imparare almeno due lingue straniere, di cui una è l’inglese; nel 2001 compare il primo QCER che segna l’inizio della nuova era di comunione linguistica e culturale. Stando così le cose è lampante l’intenzione dell’Europa di formare dei cittadini poliglotti o almeno bilingue. Questa impellente necessità di imparare nuove lingue è dovuta alla presenza di nuclei sempre più grandi di immigrati che, lasciata la madrepatria, hanno cercato di inserirsi nella patria adottiva.

Nulla da eccepire fintanto che, arrivate in Italia, queste persone hanno dimenticato di avere una propria cultura, delle proprie tradizioni, una propria lingua di pari dignità rispetto a quelle del paese d’accoglienza. L’allarme è scattato, invece, il giorno in cui un padre musulmano, a torto o a ragione poco importa, ha preteso che la propria figlia non fosse obbligata a studiare in una classe col crocifisso alla parete. A quel punto chi temeva la diversità ha visto in quella richiesta la condanna divina all’incomunicabilità, una nuova Torre di Babele dove si è costretti a vivere tra gente di cui non si comprendono il background culturale e la lingua; chi, invece, riteneva naturale e necessaria la diversità, ha considerato quella richiesta come una possibilità di evoluzione nel processo di laicizzazione dell’istruzione, come un’opportunità di apertura verso le altre culture e, pertanto, ha cercato di indagare la ragioni più profonde di un evento quasi banale.

Da qualche mese, ormai, insegno italiano ad una classe di bambini stranieri, tra gli 8 e i 10 anni, che, per quanto siano privilegiati, essendo figli dei militari USA di stanza alla Support Base di Gricignano d’Aversa, presentano le stesse difficoltà integrative di qualsiasi altro bambino che sia catapultato in una realtà molto distante da quella nativa con l’aggravante dell’ostacolo linguistico. Il mio compito è, sostanzialmente, quello di facilitare il loro apprendimento della lingua italiana. È chiaro come il mio ruolo mi consenta di avere il coltello dalla parte del manico, per cui, se io fossi tra quelli che ritengono Babele infernale, potrei plasmarli ad immagine e somiglianza del mio mondo, potrei plagiare e annullare la loro identità, ignorando l’opportunità che la diversità rappresenta. Per mia fortuna in parte l’istinto, in parte la ragione derivante dagli studi, mi hanno indotto a porre me stessa come apprendente, eleggendo gli alunni a miei maestri in un rapporto di reciproco aiuto e docenza. È per questa ragione che, quando si rilassano durante la merenda, approfitto della loro disponibilità e imparo cosa, nel loro mondo, è lecito o illecito fare, cosa è tipico mangiare, pensare, imparare, cosa c’è di differente negli usi e costumi.

Quando chiudo la porta, a fine giornata, penso a Babele e sorrido perché, ironia della sorte, una condanna può diventare la tua maggiore fonte di salvezza.

– Immigrati e italiani: chi insegna a chi? – 

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