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Immigrazione: quando la diversità è un valore

Quanto si conosce realmente il fenomeno dell’immigrazione e la sua incidenza nella società attuale? Se si confrontano le direzioni dei flussi migratori del ‘900 si notano alcuni netti cambiamenti. Questo è quanto è accaduto in Italia, divenuta dagli anni ’80 una meta significativa di flussi africani e arabi dopo essere stata fino agli anni ’20 paese leader nelle migrazioni transoceaniche.
Nel 2014, oltre 348.000 persone in tutto il mondo hanno attraversato il mare in cerca di asilo o di migliori opportunità di vita; migliaia di vite letteralmente alla deriva e a rischio nelle acque del nostro mare. Sicuramente, il compito dell’Italia e dell’Europa non dovrebbe essere quello di girarsi dall’altra parte di fronte alle crisi umanitarie e al dramma di centinaia di persone che cercano approdo e rifugio. Quel mare nostrum che dovrebbe essere ponte di civiltà, per natura e per vocazione, è invece diventato una delle più pericolose rotte migratorie.
Così, per ogni persona che chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?”, c’è qualcuno che risponde “Non siamo stupidi. Né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile”.
Di fronte a ciò, fa capolino un’Europa che appare sempre più preoccupata ad alzare muri più che costruire ponti.
La verità è che se nasci nel posto sbagliato e nel momento sbagliato può capitare, anche se sei un bambino, che qualcuno reclami e ti strappi alla tua vita. Da questo tragico ed involuto destino ha inizio la vita travagliata di quelli che noi definiamo immigrati ma che prima di ogni cosa sono uomini, donne e bambini e sempre da lì prende avvio l’incredibile viaggio che condurrà i più in Italia, dopo essere passati per svariati paesi.
Un’odissea che mette questi essere umani come noi in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini e che, nonostante tutto, non riesce a far perdere loro l’ironia né a cancellare dal loro volto il sorriso. Solo alla fine, queste persone trovano un posto dove fermarsi e dove ogni bambino può finalmente riavere la sua età.
Quel posto diventa così la loro scelta, una scelta importante che si rinnova ogni giorno della loro vita.
Ma come si trova un posto, un luogo per crescere? Come si fa a distinguerlo da un altro? Molti ragazzi hanno risposto a questa mia domanda dicendo che si impara a riconoscere questo luogo perché da questo non ti viene più voglia di andar via. Certo, non perché sia perfetto. Non esistono posti perfetti. Ma esistono posti dove, per lo meno, nessuno cerca di farti del male.
In merito a tutto questo, di fronte a queste persone, quale dovrebbe essere il nostro compito?
Accoglierle, integrarle, non lasciandoci trasportare da stupidi e vacui luoghi comuni, chiusi come siamo nella convinzione che tutto il mondo si restringe al paese in cui abitiamo. No, fortunatamente non è così.
Non esistono frontiere in questo mondo ma solo barriere create dalla nostra fantasia che, talvolta, ci impediscono di vedere oltre e ci rendono inconsciamente ignoranti.
Dovremmo ricordare ogni giorno che ogni vita umana ha pari dignità evitando di incarognirci cercando, in ogni situazione, il colpevole più semplice da sacrificare. Che senso ha?
Ha più senso, invece, credere tutti i giorni nella diversità, pensando a questa come ad un valore tra i più alti, ha più senso soffermarci a riflettere sul fatto che spesso sembra di vivere in un mondo che, molto tristemente, mostra di essere diviso in classi sociali e non in razze.
In ogni caso, accompagnare, servire e difendere i diritti dei rifugiati dovrebbe essere un impegno di tutti, un impegno che ogni giorno si rinnova in una sfida nuova ed originale da affrontare al fianco di chi cerca silenziosamente aiuto per ricostruirsi una vita in un paese straniero.
Non dobbiamo, o meglio, non possiamo accomodarci e chiuderci nel nostro benessere, un benessere che conduce esclusivamente all’anestesia del cuore, non siamo stati creati per questo. Da sempre ci è stato inculcato il principio “ama il prossimo come te stesso” e di certo non possiamo farci trovare incoerenti di fronte ad esso.
Spesso mi sono chiesta il perché di emigrazioni che possono apparire a primo impatto atti scellerati e poi, alla fine, solo vivendo a stretto contatto con chi questa tragedia l’ha davvero vissuta sulla propria pelle sono riuscita a trovare da me la risposta.
La scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Famiglie che si dividono semplicemente perché ci sono madri e padri che hanno deciso che sapere i propri figli in pericolo e lontano da loro, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapere i propri figli in pericolo vicino a loro, ma nel fango della paura di sempre e di un futuro inesistente.
E noi abbiamo il dovere di non condannare all’indifferenza chi, come tutti gli esseri umani, ha il diritto ad una vita migliore e abbiamo il diritto di sperimentare la bellezza dell’incontro, ospitando chi chiede aiuto.
L’Europa deve essere uno spazio culturale e umano aperto, con un’identità plurale e dinamica, capace di fondare le relazioni con paesi Terzi sul reciproco rispetto, sul riconoscimento delle specifiche libertà culturali, sul mantenimento della pace tra i popoli, sul rifiuto di ogni forma di discriminazione, sul ripudio della xenofobia e del razzismo.

Immigrazione: quando la diversità è un valore

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