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India: casi di morte nei campi di sterilizzazione

In India, sin dagli anni ‘70, è in atto il controllo delle nascite  attraverso la pratica delle sterilizzazioni di massa presso appositi “campi di sterilizzazione”.
Strutture di questo genere figurano anche nello stato indiano del Chhattisgarh, dove pochi giorni fa 14 donne sono morte due giorni dopo aver subito l’operazione e altre 20 sono ricoverate in terapia intensiva con dolori atroci.
Prima ancora di giudicare se questi campi di sterilizzazione siano o meno a norma, guardiamo i fatti. In India la campagna di sterilizzazione è quasi del tutto rivolta alle donne più povere, poiché in cambio dell’operazione il governo dona un contributo di circa 20 euro, che per molte di loro, in condizioni di estrema povertà, non è poca cosa. Secondo il The Guardian, molti avvocati ritengono che il pagamento sia pericoloso, finendo col risultare una vera forma di coercizione.

Una serie di aspetti vanno tenuti in considerazione per vederci chiaro sulla questione.
Primo: in India, soprattutto in questi distretti poverissimi, le condizioni igieniche di cliniche e ospedali sono molto basse e il governo lo sa; secondo: non è ancora chiaro se il pagamento venga erogato dallo stato o dai distretti; terzo: alcuni esperti affermano che la strategia di controllo delle nascite sia legata a una serie di problemi riguardo la discriminazione delle donne e l’emarginazione di alcune delle comunità più povere del paese.
Il dottor RK Gupta, che ha operato le donne in questione in uno dei campi di sterilizzazione, è stato arrestato; così si è difeso dall’accusa: “Operare quelle donne era mio dovere morale”. Le donne operate sono state più del previsto e, inoltre, alcune erano anemiche, altre diabetiche e le condizioni del post operatorio erano inesistenti, a detta di alcuni intervistati.
Il dottor Urao, deputato direttore del “Chhattisgarh health and family welfare department”, ha affermato che questo secondo campo nella zona non era stato autorizzato.
In più, nei giorni scorsi, è stato dichiarato che le medicine somministrate alle donne sarebbero state contaminate. Ma non si sa di più.
Il governo Indiano, si legge sul The Guardian, ha preferito la campagna di sterilizzazione perché meno cara rispetto ad un’ ipotetica sensibilizzazione a favore della prevenzione. Insegnare alle donne l’utilizzo di contraccettivi come preservativi o pillole costerebbe di più. A questo punto, una domanda sorge spontanea: davvero un’operazione chirurgica, in luoghi sterilizzati con antibiotici e medicinali in perfetto stato, risulterebbe più economica rispetto ad una divulgazione di informazioni in giro per i villaggi e ad una fornitura gratuita di anticoncezionali? Davvero non c’entrano la discriminazione sessuale a la scelta strategica di rivolgersi a una platea poverissima?

 

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