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Eroica Fenice

India: donne musulmane contro il divorzio verbale

È in corso, in India, un dibattito infuocato sulla pratica del «triplo talaq», che permette a un marito musulmano di essere a tutti gli effetti libero dai vincoli matrimoniali, ripetendo per tre volte davanti a quattro testimoni la formula «talaq talaq talaq», senza alcuna tutela legale per la coniuge ripudiata che, a norma di legge, è obbligata a lasciare la casa del marito: da quel momento, infatti, essa perde ogni diritto al mantenimento, dovendo accollarsi il sostentamento dei figli. Pare che il sistema sia un’applicazione arbitraria e superficiale della separazione prevista nel Corano, dove si prescrive un periodo di mediazione di novanta giorni in cui la coppia, con l’aiuto di un rappresentante della comunità religiosa, tenti di dirimere le discordie e salvare l’unione: tutela minima non applicata in India, dove il «triplo talaq» è considerato valido in una sola mandata addirittura anche per via telefonica, sms, Facebook, Whatsapp, Skype o email. Ecco, dunque, che circa 50mila donne musulmane hanno firmato una petizione per chiedere che la Corte suprema dell’India abolisca tale divorzio verbale e lo definisca «inconstituzionale», lamentando l’esistenza di un sistema matrimoniale arcaico, che le lascia in balia dei capricci dei mariti, le discrimina e le espone a forme di sfruttamento. Si tratta di una misura consentita all’interno della Muslim Personal Law, il codice civile musulmano adottato dalle istituzioni indiane, ed è considerata tra le più retrograde del mondo musulmano, dove in maggioranza il «triple talaq», nella forma «istantanea» indiana, è stato emendato da decenni.     

Le origini del procedimento di divorzio verbale in India

La questione del divorzio musulmano affonda le proprie radici nella diversificazione del codice civile su base religiosa, ereditata dai tempi del Raj britannico. Secondo la costituzione, per garantire la libertà cultuale, ogni cittadino indiano deve far riferimento al corpo normativo legato al proprio gruppo religioso; tuttavia, mentre la Hindu Personal Law e la Christian Personal Law, nei decenni, hanno subìto un processo di riforma progressivo verso corpi normativi più «moderni», i 155 milioni di musulmani indiani – si ricordi che la popolazione musulmana dell’India è la terza maggiore del mondo – sono regolati dalla Muslim Personal Law, basata sui principi della Shariah, la legge coranica, rimasta di fatto ancorata a una tradizione arcaica e in alcuni casi lesiva, a causa all’opposizione dell’All India Muslim Personal Law Board (Aimplb), l’organo non governativo istituito nel 1973, con il quale le istituzioni indiane si misurano prima di modificare il codice civile musulmano. Tale Muslim Application Act riconosce, dunque, legittimo il procedimento del talaq, al quale sono ricorsi negli ultimi tempi moltissimi mariti indiani per abbandonare mogli e figli al loro destino.

In India divampa la protesta delle donne musulmane 

Da mesi diversi, centinaia di giovani donne, divorziate frettolosamente da mariti desiderosi di ritrovare la “libertà” o piuttosto di scaricarsi la responsabilità di crescere una famiglia, si sono appellate alla Corte suprema indiana contro questa pratica, con l’obiettivo di emendare il «triple talaq» in India, considerato una spada di Damocle perenne sul capo delle mogli musulmane nel paese. Organizzatesi nell’organo femminile dell’All India Muslim Women Personal Law Board (Aimwplb), hanno dato vita ad una campagna di sensibilizzazione e protesta, sui social media e mediante sit-in davanti a moschee e tribunali. Purtroppo, benché l’onda della protesta delle donne stia crescendo, i leader musulmani indiani sembrano riluttanti a cambiare la legge, nel timore che un cedimento su un punto fondamentale, come quello dell’istituzione matrimoniale, possa portare alla dissoluzione dell’identità religiosa e della libertà di culto islamica e, in ultima analisi, possa mettere a rischio la stessa sopravvivenza della comunità in India, specialmente in tempi difficili per le minoranze religiose; dall’ascesa al potere del leader del Partito Popolare indiano e ultranazionalista Narendra Modi, si è registrato, infatti, un incremento dell’estremismo indù in molte aree del Paese, che ha causato incendi di moschee e luoghi di culto cristiani e di altre confessioni. Di fronte all’acuirsi dei contrasti politico-religiosi in atto, c’è da augurarsi che non si fermi la legittima rivoluzione delle donne musulmane indiane contro l’arbitrarietà del procedimento e il terrorismo psicologico cui sono sottoposte, e che il governo indiano riveda i diritti delle minoranze religiose e abolisca le leggi discriminatorie a loro destinate. 

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