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Eroica Fenice

Licola

Intervista ad Ibrahim, immigrato a Licola

Camminando sul lungomare di Licola, località a nord di Napoli, non incontriamo di certo mare cristallino o barriere coralline, nessuna sabbia bianca, ma solo grandi lidi semi deserti con immondizia ai bordi delle strade. Purtroppo alcuni litorali del napoletano presentano situazioni similari, degrado e noncuranza hanno la meglio. Questi però non sono gli unici problemi della zona. Il tasso di immigrati nell’area tra Licola e Varcaturo è veramente elevato, dato che molti imprenditori del posto hanno deciso di offrire alloggio nelle loro strutture a centinaia di profughi immigrati. Molti di questi albergatori e ristoratori hanno deciso di non fare più leva sul lento mercato del turismo, ma su quello facile dell’immigrazione. In questo modo possono attingere alle sovvenzioni pubbliche, ricevere soldi dal Ministero degli Interni e spacciare il tutto per utile “servizio sociale”. Ma molti di questi rifugiati versano in condizioni di vita davvero precarie, sistemati in camerate adattate al momento, con decine di letti attaccati l’uno all’altro.

In una di queste strutture alloggia Ibrahim, un uomo incontrato per caso sul lungomare di Licola

Anche lui vive con altre cento persone, anche lui ha dovuto sopportare di essere trasportato come merce su di un barcone, anche lui è stato ammassato come fosse una bestia. Ibrahim si esprime solo in inglese e francese, chiama tutti bro’, ha 35 anni e una storia che dovrebbe far riflettere. Un’anima rara, come tante fra loro, una vita passata a cercare salvezza, due occhi che hanno visto davvero troppo.

Come ti chiami?
Il mio nome è Ibrahim ma qui mi faccio chiamare Alex, non conoscono il mio vero nome.

Qual è il tuo paese d’origine?
Vengo dal Casamance, Senegal.

Da quanto tempo sei qui in Italia?
Sono in Italia da un anno e tre mesi, ma non ho ancora i documenti, ho solo la carta d’identità. Sto aspettando un aiuto per fare il permesso di soggiorno.

Perché hai deciso di emigrare, che cosa ti ha spinto a farlo?
Io volevo solo salvare la mia vita. In Africa ero un tassista. Il taxi me lo diede un fratello, un mio amico, ma anche questo presto divenne un problema. La macchina iniziò a richiedere manutenzione, riparazioni, e come se non bastasse, dopo un mese di lavoro, il mio amico mi disse: “Se non mi paghi la macchina, ti sparo”. E allora me ne sono andato. Arrivato in Libia, ho trovato la guerra.

Sei arrivato in Italia via mare? Quanto hai pagato il viaggio?
Sì, sono arrivato su una nave piuttosto grande. Il viaggio non l’ho pagato io, è stato il mio capo (o come dice Ibrahim “my big boss”) ad aiutarmi.
Ma ti spiego perché me ne sono andato. Come ti dicevo, in Africa ho fatto il tassista, in Libia, invece, sono stato pittore per un mese. Un bel giorno il mio capo mi disse: “Ibrahim lascia il lavoro, vai via, tranquillo pago io il tuo viaggio”. Questo perché quel giorno nelle mia zona vidi la polizia: due fratelli soldati avevano ucciso un altro fratello. Così venne a chiamarmi un ragazzo dicendomi che se avessi voluto andare via, mi avrebbe aiutato lui. Il mio capo tornò nella zona in cui mi trovavo per darmi la possibilità di scappare. Mi accompagnò da un suo amico e lo pagò per mandarmi via. Pagandomi il viaggio, “my big boss” mi ha liberato.

Quanto è durato il viaggio dalla Libia in Italia?
Credo tre giorni, no due, scusa. Sono arrivato a mezzogiorno in una nave della Marina.

Qual è il tuo lavoro qui in Italia?
Non lavoro. Qui in Italia, mi sono solo seduto su questo muretto chiedendo aiuto (indica cinque scalini a fronte strada). Devi sapere che in Africa c’è un grande pullman che viaggia raccogliendo persone che chiedono assistenza, qui non c’è. L’unico lavoro che ho svolto qui è stato quando sono andato a Foggia nelle piantagioni di pomodori e nei vigneti. Ricordo che mi hanno pagato 3 euro per raccogliere non so quante tonnellate di pomodori.

(Mi fa vedere una foto. Lui seduto su di una cesta di plastica gigantesca, grande poco meno della mia smart, stracolma, traboccante di pomodori. Sorriso bianco su tela nera. Sorride in foto. Sorride mostrandomi la foto).

(Continua…)

Heather Iermano