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Iosonouncane, Die un prodotto dalla sua terra

Die è il secondo lavoro di Iosonouncane con il quale afferma la sua unicità, che rispetto al primo album è legata stavolta all’anima della Sardegna, la sua terra.

Prima del concerto, prima che l’artista inizi a volare tra un campionatore ed un controller, tra la loop machine e la chitarra, al Bulbart Festival, la “performance” di Iosonouncane inizia con un tappeto sonoro fatto di musiche indiscutibilmente appartenenti alla cultura sarda.

Osservare Iosonouncane prima di un live fa capire come la sua capacità di “tenere” il palco è paragonabile ad un attore, riesce ad esprimersi oltre che con la musica anche con le sue emozioni, attraverso le quali il cantautore regala al suo pubblico forte energia. Due persone per un unico artista, quasi la domanda andrebbe posta ad entrambi.
Jacopo, come spieghi  la tua trasformazione, il tuo dualismo, come diventi Iosonouncane?

Probabilmente la fonte di questa energia ha una collocazione lontana nel tempo. Il mio lavoro è una forma d’arte, sia durante i concerti che quando mi trovo nella fase di costruzione di un brano. Indosso degli abiti, in maniera naturale, perché rappresento me stesso e come ogni cosa che mi viene naturale non ne so spiegare una vera provenienza.

Iosonouncane restituisce maggiore sicurezza rispetto al lavoro precedente. Si è discusso molto sulle origini del titolo, Die come giorno (dì·e) o come morire (dī), la cosa che sicuramente si rivela interessante però è la profonda ricerca sul ritorno alle origini che possiamo ascoltare nelle sonorità del disco molto evidenti nelle campionature dei canti gutturali sardi.
Come mai c’è stata la voglia di ritrovare il legame che abbiamo con la nostra terra?

Non è stata una cosa premeditata. Ho raccontato del mio legame con la terra con estrema naturalezza perché sono tematiche, sonorità, atmosfere e punti di vista che mi appartengono da sempre. Provengo da Buggerru, un paesino microscopico della Sardegna in una gola sul mare, caratterizzato da centocinquanta anni di estrazioni minerarie. La mia gente, i miei familiari hanno lavorato o sotto terra o in mare. Non ho cercato il legame con la terra, ho semplicemente lavorato per assecondare la sua spinta naturale, per  poi lavorare su di essa, per farla emergere e per renderla al meglio.

Iosonouncane riesce a far dialogare elettronica, digitale ed analogica. Come mai c’è stata la scelta di voler  mescolare così tanti linguaggi?

Ho avviato il progetto nel 2008 ed il tipo di percorso è legato a decisioni di carattere funzionale. Ho lavorato per dieci anni con una band, dove suonavo la chitarra, le tastiere “giocattolo” e mi dedicavo alla scrittura della nervatura dei pezzi. Intrapresa una nuova strada fuori dalla band non ho cercato un progetto da cantautore. La scelta istintiva è stata di ibridare. Comprai un campionatore poco prima che la band si sciogliesse, pensando fosse altro. Lo usai buttando spesso molto materiale, ho capito che poteva essere la strada giusta. Nel caso di Die ho usato l’elettronica principalmente al computer,  un po’ come una cassetta degli attrezzi, non per generare le fonti sonore di partenza ma per assemblare il materiale accumulato. Sono tanti mezzi, degli strumenti per esprimermi, inoltre avere a disposizione le “macchinette” sul palco mi dà la possibilità di riuscire a restituire i brani quanto più fedeli al disco.

Iosonouncane pensa già al prossimo lavoro?

Nel caso del primo disco ho individuato un punto di vista, mentre per Die è dapprima arrivata la scrittura dirompente e solo in un secondo momento, lavorando sul materiale accumulato, levigandolo, ho messo a fuoco il progetto. Ora mi ritrovo con molte bozze e con materiale scartato dalla lavorazione, non per la sua scarsa qualità, ma perché non rispondeva all’idea di architettura globale che è la costante del mio lavoro, come una visione d’insieme unica. Non riesco a scrivere canzoni isolate da un percorso. Mi piacerebbe dire che tra due anni farò un disco nuovo, ma mi conosco. Ho un metodo di lavoro molto pachidermico, scrivo e cancello tanto, con lunghi momenti nei quali sto a pensare. Mi occorre poi attraversare un periodo di studio, non accademico bensì di ricerca, di accumulo, al quale segue sempre una sintesi. Chissà quindi il prossimo quando uscirà, sicuramente non prima di tre anni.

Osservato l’animo riflessivo dell’autore, dove vorrà arrivare Iosonouncane?

Vorrei arrivare ad un punto in cui la mia attività di musicista rende sufficientemente bene da permettere i miei tempi creativi senza indebitarmi, continuare ad avere come base durante il tour Bologna e poi tornare in Sardegna isolarmi per ritrovarmi, senza vincoli di natura economica per continuare a lavorare, semplicemente questo.

Iosonouncane, Die un prodotto dalla sua terra