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Eroica Fenice

Irlanda del Nord: condannata legge contro l’aborto

Nell’Irlanda del Nord l’interruzione di gravidanza (ivg) è considerata illegale, a causa di una tra le normative più restrittive dell’intero Regno Unito. Tra le pene per tale contravvenzione, sia che si tratti della donna o sia che si tratti del personale medico che ha deciso di assisterla, è annoverato l’ergastolo. L’unico caso, in cui la pratica può essere considerata legale, è quando la gravidanza in questione è riconosciuta come pericolosa per la vita della gestante. Non è contemplata, invece, se si dovesse riscontrare un’importante malformazione nel feto, se la gravidanza è il frutto di un abuso o se vi sia il desiderio di non procreare. Tra il 2013 e il 2014, con questa politica, sono stati solamente 23 gli aborti legali.

Nel resto del Regno Unito la pratica è stata riconosciuta come leggittima già dal 1967, sotto il nome di Abortion Act. Probabile ragione per cui solo lo scorso anno, circa 800 irlandesi hanno deciso di recarsi in Gran Bretagna per poter abortire, cinque delle quali sotto i 16 anni. Dal 1970 si è raggiunta la quota di 60mila donne costrette ad allontanarsi dall’Irlanda per chiedere assistenza (stime dell’Amnesty International). Il prezzo però non è sottovalutabile, in quanto varia tra le 400 e le 2000 sterline, che costringono spesso una donna ad aspettare e a raggiungere stadi troppo avanzati e rischiosi per un intervento del genere. Questo perché non possono ricorrere al sistema sanitario nazionale, ma sono obbligate a chiedere ausilio a cliniche private.

Ma il ricorso a medici privati non è l’unica soluzione, soprattutto se non si volessero superare i confini e raggiungere l’Inghilterra: un altro metodo abortivo è l’assunzione di pillole specifiche (il cui contenuto è una combinazione di mifepristone  e misoprostolo) che inducano la donna all’aborto. Sono farmaci pericolosi, molto costosi e decisamente illegali, di cui internet consente facilmente la reperibilità, soprattutto se importati in Irlanda dalla Cina o dall’India, dove non vi è nemmeno obbligo di prescrizione. Negli ultimi anni, una donna è stata condannata fino a cinque anni di reclusione per aver procurato tali medicinali alla figlia minorenne.

L’attuale orientamento dell’Irlanda del Nord

Nel mese di novembre, dopo la critica alla Polonia (l’elenco completo dei paesi sostenitori è riportato dal sito Reporter Nuovo), la Corte Suprema (Belfast High Court) ha definito questa legislazione una violazione della convenzione europea sui diritti umani, ragion per cui l’Irlanda del Nord comincia a parlare di cambiamento di rotta nel proprio orientamento.  “Il giudice Mark Horner ha dichiarato che non vi era alcuna volontà politica di cambiare la legge e che la legislazione attuale stava aggracando il trauma vissuto dalle vittime di stupro e incesto”, si legge sul New York Times. In sostanza, in questo modo – afferma il giudice – la legge proibisce l’interruzione di gravidanza a una povera e innocente vittima, senza considerare la situazione personale della vittima.

Come voce discordante, durante la sentenza, sopraggiunge il giudice John Larkin, il quale è convinto non sia la volontà della maggioranza dell’Ulster e che far passare l’Abortion act sarebbe contro i diritti dei non ancora nati. Amnesty International ha  pubblicato un sondaggio in merito da cui è prevalso che il 69% degli abitanti dell’Irlanda del Nord è favorevole all’aborto nel caso in cui la gravidanza potrebbe essere interrotta nel caso in cui la donna sia stata violentata, il 68% nel caso in cui la gravidanza sia frutto di incesto, il 60% in caso di una deformazione del feto tale da incorrere in rischi effettivi. Ma solo un cittadino su quattro, a conti fatti, estenderebbe la legge favorevole all’ivg anche all’Irlanda del Nord. Oltre al giudice, ad esprimersi – attraverso la voce di Bernadette Smyth – subentra il movimento degli attivisti Pro-vita, ma soprattutto la “profonda preoccupazione” della comunità vescovile nord-irlandese.

La Belfast High Court dell’Irlanda del Nord ha quindi sentenziato in favore, ma ciò non vuol dire che diverrà di fatto legge. Intanto è giusto sottolineare che diritto è poter riconoscere per una donna le proprie possibilità: non riguarda solo la sua vita, ma anche ciò che al nascituro sarà possibile offrire. Rifletterci è un bene proprio per tutelare i non ancora nati, citati dal giudice Larkin. Al contempo, però, è da valutare quanto tale potere decisionale sia importante. Il suo immenso valore dovrebbe costringere a non affrontarlo mai con superficialità: la vita è e resterà sempre un bene prezioso, chiunque lo “stabilisca”.

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