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Eroica Fenice

La maschera nella contemporaneità, da Pulcinella a Totò

La maschera nella contemporaneità: da Pulcinella a Totò

Il 15 settembre nella Sala del Capitolo nel chiostro di San Domenico Maggiore si è svolto il primo incontro-dibattito La maschera nella contemporaneità, della rassegna teatrale I viaggi di Capitan Matamoros. Con la piacevole compagnia del regista Ferruccio Merisi, l’attrice Claudia Contin Arlecchino e Luca Gatta, con i contributi dei professori Paolo Sommaiolo e Dmitry Tribotchkin, e con la coordinazione di Stefania Bruno, si è discussa e approfondita la storia della Maschera nella Commedia dell’Arte, e le sue continue evoluzioni, da Pulcinella a Totò.

Partendo da una definizione di Commedia dell’Arte e di cosa sia la tradizione teatrale si è arrivati, poi, alla questione fondamentale del teatro moderno: la maschera e la sua influenza sull’espressività umana. Gli incontri de I viaggi di Capitan Metamoros sono nati dal desiderio dei suoi promotori di portare e parlare di commedia a Napoli, nel tentativo di ricercare spazi di discussione e ricerca. «La Commedia dell’arte, quindi, è un mestiere, una cosa quotidiana tanto più se il suo obiettivo è quello di reinventare ciò che ha fatto la storia», sono le parole dell’attore Luca Gatta.

La Maschera da Pulcinella a Totò

L’incontro quindi verte specialmente sulla maschera usata da Pulcinella, “‘a mezza sola” così definita nel gergo teatrale (poiché copre metà viso ed è fatta di cuoio). Pulcinella, quindi, è una delle poche maschere che, nel corso dei vari secoli, è riuscita a resistere. Cambia forma o abiti, ma il personaggio di Pulcinella è facilmente riconoscibile in tutti i suoi doppi, spesso anche di nazionalità diverse da quella di partenza.

Il perché di tanta resistenza risiede forse nel fatto che questa maschera possiede e incarna tutte le possibili sfumature dell’animo umano.

Se si parla di Pulcinella e di tutte le sue caratteristiche non si può non menzionare l’attore Antonio de Curtis, in arte Totò. L’attore che ha dato, forse più di tutti, omaggio alla maschera partenopea per eccellenza. Tuttavia, come fa notare il professore Sommaiolo, di de Curtis ciò che resta alla memoria è il suo personaggio, è Totò. Ed è più o meno questo l’emblema della maschera, non tanto conservata nella sua veste iniziale, ma tanto per tutte le caratteristiche che possiede.

Il professor Dmitry Tribotchkin fa notare come, quando si parla di Commedia dell’Arte, bisogna guardare alla tradizione russa, poiché è lì che sono conservate le caratteristiche tipiche della tradizione. Nel suo intervento, quindi, si attraversa la storia del teatro russo, trovando ancora una volta la maschera del Pulcinella, con vesti  diverse ma con lo stesso carattere di sempre.

Si attraversa, però, anche la storia del teatro delle avanguardie dove figurano nomi come Konstantin S. Stanislavskij e Mejerchol’d. Al primo si deve la straordinaria rivelazione del metodo Stanislavskij che pose la basi al teatro americano. Si basava sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità interiori con l’attore. Stanislavskij, quindi, proponeva l’esercizio continuo della rielaborazione analitica degli atteggiamenti non verbali. Al secondo, invece, si deve un riadattamento della maschera di Arlecchino che, abbandona gli abiti della tradizione per vestire la giacca militare, mantenendo l’essenza del personaggio mascherato.

Esiste, perciò, un aspetto rituale della maschera, del doppio e del mistero, legato ad un fortissimo dualismo. Questo perché l’espressione del volto cristallizzata dalla maschera, i costumi colorati, i gesti esasperati diventano più reali della realtà stessa.

Un incontro e una discussione che ha lasciato, e lascia tuttora, riflettere sul perché la maschera seduca e affascini così profondamente l’uomo.