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La pizza di Cracco: il nuovo delitto e i giudici del web napoletano

La pizza di Cracco ha fatto il giro del mondo: e per giro del mondo si intende quel passaggio di post in post, di “clicca mi piace e condividi se sei indignato” che, malauguratamente, contraddistingue le abitudini digitali degli italiani. Il cuoco stellato, seguitissimo, amatissimo della televisione italiana è, da alcuni anni a questa parte, sempre sulla bocca (e sulle tastiere) del popolo del web: da Masterchef a Hell’s Kitchen, dalle ospitate nella cucina di Benedetta Parodi alle pubblicità, per approdare al ritiro di una delle due stelle assegnategli dalla Guida Michelin, Cracco è sempre sulla cresta dell’onda ed è un vanto per allievi e emuli.

La pizza di Cracco: il casus belli

Come evento mediatico di ampio respiro, la pizza di Cracco, una sorta di Avetrana dell’universo culinario, si inserisce nella nuova apertura (o meglio, nel cambio sede) dello storico ristorante di Carlo Cracco (il Ristorante Cracco), che da via Victor Hugo si sposta, sempre a Milano, nella celeberrima Galleria Vittorio Emanuele II. Ma partiamo dall’origine, dal movente, dal casus belli: nel suo nuovo ristorante stellato, Cracco propone una rivisitazione della pizza Margherita, baluardo etico e morale della napoletanità, con un impasto a base di cereali e una salsa al pomodoro più densa; una ricetta ed una preparazione, dunque, che poco hanno a che vedere con la tipica Margherita napoletana e che si inserisce nel filone stellato delle rivisitazioni in chiave moderna dei piatti tradizionali. Altro tema scottante, indizio a favore dell’ergastolo ai danni del cuoco stellato, il prezzo: d’altronde nel mondo dei telefoni cellulari a mille euro, ciò che scandalizza è il prezzo di una pizza (16 euro – in linea coi prezzi nel settentrione) in un ristorante stellato all’interno della lussuosa galleria della città più ricca e costosa d’Italia.

 

La foto della pizza di Cracco fa, fin da subito, il giro del web, rimbalza da un account all’altro di tutti i Social Network più utilizzati d’Italia, provoca sgomento, stupore, indignazione (clicca mi piace e condividi se…) nelle anime pure e integerrime dei napoletani. Scatta così la caccia alle streghe con ogni forma di insulto e presa in giro nei confronti di quello che resta uno dei migliori chef italiani, amato e odiato per la sua burbera ironia e per le sue algide e gelide occhiatacce. Poco importa l’aver assaggiato il prodotto: Napoli, nonostante i suoi problemi e i suoi difetti tangibili che rendono spesso invivibile la quotidianità, ci offre una sollevazione web-popolare senza precedenti. La Pizza non si tocca e qualsiasi tentativo di offrire un prodotto differente, tangente, ispirato ad essa non è ben accolto dal popolo partenopeo, inginocchiato all’altare della triade divina Pizza-Calcio-Mandolino.

La risposta di Gino Sorbillo

In un post su Facebook perfino Gino Sorbillo, proprietario della storica pizzeria napoletana, si prodiga per difendere Carlo Cracco e il suo delittuoso tentativo di sovvertire l’intoccabile (dis)ordine naturale di Napoli:

“Ragazzi, a me lunedì scorso a cena l’interpretazione della Pizza di Carlo Cracco nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano è piaciuta. Non è Pizza Napoletana e non viene venduta e presentata come tale, è la sua Pizza e basta. Noi partenopei dovremmo scandalizzarci di più quando troviamo in giro pizze che fraudolentemente vengono vendute e pubblicizzate come pizze della nostra tradizione addirittura con l’aggiunta di riconoscimenti Stg, Dop, Doc e roba del genere”. 

Alle parole di Sorbillo, uomo di cuore ed evidente professionalità, si potrebbe aggiungere che noi partenopei dovremmo scandalizzarci, sì, ma per ben altre tipicità della nostra città, così bella e così vituperata dai media e dalla fama che noi stessi ci portiamo in valigia viaggiando all’estero, più o meno colpevolmente. Chiariamo: è un dovere civico difendere ciò che ci rende famosi all’estero, ma con un adeguato senso della misura, una misura che in occasione dell’omicidio intitolato “La Pizza di Cracco” è stata oltremodo superata. Un po’ come quanto da bambini ci veniva insegnato di non ricambiare un pugno in faccia per non passare dalla parte del torto. A Napoli la lezione non l’abbiamo ben appresa e ogni occasione è buona per fare un carnevale che ci provoca continue e ripetute prese in giro fuori dai confini campani, non certo per il concetto in sé quanto per i modi. Non è becera retorica borghese: se impiegassimo questa stessa energia, consapevolezza, orgoglio nel quotidiano, nelle buone pratiche civiche e civili, gli effetti sarebbero sbalorditivi.

La pizza di Cracco, alla luce di queste considerazioni, dovrebbe essere un fenomeno francamente ridimensionato, relegato ad un trafiletto ironico di qualche giornaletto locale e miope nei confronti dei reali bisogni di questa città. Una battuta di spirito, e niente più.

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