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L’altra Turchia. Il vento del cambiamento

Un nuovo vento soffia da est, un est molto vicino all’Europa. Dopo 12 anni al potere, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha subito un duro colpo, una scossa che di riflesso ha fatto vacillare la Turchia più reazionaria e conservatrice.

L’8 giugno i turchi sono stati chiamati alle urne per votare l’approvazione di un nuovo regime presidenziale che avrebbe consentito al presidente di cambiare la costituzione permettendo all’Akp (il suo partito) di governare indisturbato, dicendo così addio al pluralismo. Questo voto, oltre ad accrescere il potere di Erdoğan, avrebbe portato ad una pericolosa svolta autoritaria e avrebbe reso ancora più tangibile quel sottile senso di oppressione mai troppo esplicitato che da anni sta minacciando la libertà di un paese in costante trasformazione.

Sebbene la secolarizzazione e lo sviluppo economico abbiano portato a dei grandi cambiamenti e ad una presa di coscienza più forte, la Turchia moderna ha ancora dei conti in sospeso con i diritti fondamentali di quelli che storicamente sono i gruppi più svantaggiati, come le donne, gli omosessuali e la minoranza curda. E proprio il partito curdo, l’Hdp (storicamente legato al Pkk, l’organizzazione politico-militare che da tempo sostiene la causa dell’indipendentismo curdo) ha giocato un ruolo fondamentale per il raggiungimento di questo risultato importante, non ancora totalmente concreto, ma certamente simbolico. Un piccolo passo, ma pur sempre significativo: Erdoğan non ha ottenuto i due terzi dei seggi, mettendo assieme appena il 41% dei voti, mentre l’Hdp di  Selahattin Demirtaş ha ottentuto quasi il 13% dei consensi, appoggiato dalle classi medie urbane, le stesse che sono state protagoniste delle numerose lotte di Taksim per la difesa dell’ambiente, contro la cementificazione selvaggia, a favore dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli studenti e dei lavoratori.

Ma soprattutto la vittoria più grande è stata quella di un popolo privato delle propria identità e della propria cultura, un popolo ridotto tristemente a “minoranza”, schiacciato nel nome della Repubblica Turca. Il successo del partito curdo e delle fazioni alleate sa di cambiamento, suona come una presa di posizione forte che vede i turchi non più complici di un governo che ha legittimato per troppo tempo lo strapotere, mettendo da parte la democrazia, quella seria. Nonostante tutto, ancora molta strada deve essere percorsa, la Turchia deve ancora trovare il suo equilibrio. Molti paesi che negli ultimi anni hanno visto una crescita economica velocissima sono entrati nelle grazie del mondo globale, con a seguito alleanze economiche e strette di mano tra potenze, ma forse hanno anche perso di vista la propria natura.

La Turchia ha dimostrato che conciliare l’Islam con la democrazia e con altre forme di pensiero è possibile, ma resta da risolvere un contrasto interiore antico, ovvero quello di essere Europa e insieme Asia. Quale nazione, se non l’erede del grande Impero Ottomano, potrebbe dimostrare che il presente e la modernità sono indissolubilmente legati a ciò che si era, che sono frutto di culture che per secoli si sono mescolate e di tutte quelle diversità che oggi costituiscono una “società moderna”? Una nazione moderna deve essere tutto questo, tradizione e innovazione, spiritualità e libertà di espressione in tutte le sue sfaccettature. Forse la Turchia oggi non sarà un perfetto modello di egualitarismo e di democrazia, ma quando il vento soffia, qualcosa si muove e il movimento è lento, discontinuo, ma costante.

L’altra Turchia. Il vento del cambiamento