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Eroica Fenice

Neolaureato-disoccupato

Una laurea breve a lungo termine…

All’inizio del mio secondo anno all’università (nell’ormai lontano 2001) nelle facoltà italiane cominciò il processo di riforma dei sistemi di istruzione: il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento. L’obiettivo di tale riorganizzazione (che prendeva il nome di Processo di Bologna) era di realizzare, entro il 2010, lo Spazio europeo dell’istruzione superiore: le carriere accademiche degli studenti del vecchio continente avrebbero dovuto, per quanto possibile, uniformarsi. Il percorso di laurea italiano, della durata di quattro anni (cinque per alcuni istituti), fu scomposto in due parti: la triennale e la specialistica. La prima fungeva da introduzione alla carriera accademica, mentre la seconda, come è semplice evincere dal nome, permetteva allo studente di “specializzare” i propri studi. Di per sé, mi dissi allora, nulla di così rivoluzionario: anche il vecchio ordinamento prevedeva, a partire dal terzo anno, una specializzazione – la scelta, ovvero, di un percorso lungo il quale incanalare le proprie conoscenze (per me, per esempio, fu la linguistica). L’unica innovazione che potei giudicare quale significativa consisteva nella possibilità di interrompere i propri studi dopo tre anni (a fronte dei quattro necessari per un titolo vecchio stile) e poter così immettersi anzitempo nel mondo del lavoro col titolo di dottore! Ma la realtà, come è ben noto, non sempre corrisponde alle aspettative: tanto per iniziare, il percorso formativo dei triennalisti andava rinnovato per differenziarsi da quello dei quadriennalisti, e doveva uniformarsi al sistema dei crediti (ogni prova del nuovo ordinamento conferisce un certo numero di crediti in rapporto alla pertinenza col piano di studi, alla mole dell’esame sostenuto e via discorrendo).

Avendo vissuto io in prima persona il fatidico “periodo di passaggio”, posso testimoniare della confusione creatasi nell’affrontare la questione – e specialmente all’interno del corpo docente: tra i contro più spesso denunciati dai miei colleghi vi era la mancanza di un adeguamento degli esami agli standard di una laurea breve, e non era raro che un professore non modificasse affatto il proprio programma, proponendo test da otto crediti dalla mole biblica, mentre, per l’identico valore formativo, studenti impegnati in altri corsi dovevano tutt’altro che rompersi la schiena. Un percorso di studi completo, poi, risultava più lungo di un anno, e, ciliegina sulla torta, il programma della specialistica si risolveva, spesso, in mera ripetizione di quanto già appreso durante la triennale (lo stesso discorso, ovviamente, non è applicabile a priori a qualunque facoltà: quelle scientifiche hanno senz’altro saputo giovarsi maggiormente di un triennio più generico – per esempio, ingegneria – da istradare, successivamente, sul binario prescelto – ingegneria meccanica, ingegneria gestionale, ingegneria dell’automazione e così via… ma i pro registrati in qualche facoltà non bilanciavano affatto l’eccessivo numero di contro). Sono passati, ora, più di dieci anni dall’introduzione delle nuove regole, e le problematiche, piuttosto che esser state assorbite, sembrano esser state erette a sistema: lo studente medio impiega 5 anni a completare il primo ciclo di laurea (sì, sto parlando della triennale!) e soltanto la metà di chi supera il primo scoglio opta per la continuazione degli studi (e, col livello di stress cresciuto in maniera esponenziale, non me la sento di giudicarli male).

La conclusione più evidente che posso trarne è che la laurea triennale abbia sostituito quella completa – questo, chiaramente, va tutto a discapito dell’effettiva preparazione dei neo-laureati italiani (le competenze acquisite durante i primi tre anni non sono minimamente equiparabili a quelle garantite da una laurea vecchio ordinamento). I tempi, anziché diminuire, si sono quindi allungati, e chi la spunta ha una preparazione più carente che in passato! L’unica nota positiva viene guardando al fenomeno da un punto di vista meramente statistico: il numero dei laureati è aumentato dall’entrata in vigore della riforma (dai 161 mila del 2000 ai 210 mila del 2011)… ma non c’è molto da gioire! I dati si riferiscono alle sole lauree triennali, e, nonostante il balzo in avanti, il numero dei laureati italiani si attesta ancora ben al di sotto della media europea (che nella fascia d’età 25-34 anni è del 35,3%, mentre nel Bel Paese si arresta su di un 22,3%).

A pesare, magari, è la mancanza di prospettive, oppure la scarsa incentivazione da parte delle istituzioni – ma non possiamo certo tralasciare lo scarso indirizzamento al lavoro degli atenei italiani, che di pratico hanno poco o nulla (in maggior misura se paragonati a quelli tedeschi), e per i quali l’introduzione del 3+2 (o nuovo ordinamento) nulla pare aver migliorato. A conti fatti, ho paura che l’effetto ottenuto dal 3+2, lungi dall’aver mantenuto le promesse di promozione della cultura accademica in un paese dove la stessa è sempre stata carente, non sia stato affatto un reale ammodernamento del sistema e sembra, tuttalpiù, che la nuova laurea abbia causato grosso sconforto tra gli studenti, istigati maggiormente alla caccia al credito che alla formazione, rendendo le nostre facoltà più simili, sotto certi aspetti, a quelle anglosassoni, che sfornano lavoratori orientati a una spesso miope professionalità che poco si cura di tutto quanto le sta intorno… Nel ripensare alla riforma ricordo ancora uno dei miei professori lamentare “voi (del vecchio ordinamento) sarete gli ultimi ad essere in possesso di una laurea vera”. Non me la sento di emettere un giudizio tanto drastico, ma ammetto di aver tirato un sospiro di sollievo quando compresi di aver schivato, essendo nato nel 1981, l’obbligo di iscrivermi al nuovo ordinamento – e soltanto per un anno!

– Una laurea breve a lungo termine… –