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Eroica Fenice

Lavorare gratis? No, grazie

Ai nostri tempi lavorare gratis in vista di un guadagno futuro o di un ennesimo ampliamento del curriculum, o anche solo per fare esperienza, è diventata la regola. Ma un lavoro non è tale se non è remunerato. E uno stato non è tale se non garantisce a tutti un lavoro. Guido Gonella, nel 1946  ricordava che “la costituzione deve essere un motore  per riformare la disoccupazione. (… ) è troppo poco affermare un astratto diritto al lavoro. Bisogna affermare il dovere della collettività di porre in essere le possibilità di lavoro”.

Completamente immersi in un sistema totalmente atipico, siamo ormai abituati a scambiare per normalità quella che in realtà è una profonda anomalia. Non ci facciamo molti scrupoli ad accettare, di lavorare gratis e consideriamo, anzi, questa una grandissima opportunità.

Collaborazione gratuita presso testate giornalistiche che in cambio di un tot articoli periodici, numero stabilito dall’ordine dei giornalisti che varia da regione a regione, assicurano l’acquisizione del famoso tesserino da pubblicista contribuiscono ad alimentare questo corrotto sistema. Ovviamente, sono loro a fare un favore a te concedendoti questa sorta di passepartout: come osi, tu, povero ingenuo, chiedere se riceverai un compenso per i tuoi articoli? “Si tratta di una collaborazione volontaria e spontanea, se fai un giro ti renderai conto che NESSUNA testata paga i propri collaboratori”.

La cosa forse peggiore è che ciò non accade solo agli aspiranti pubblicisti, ma anche ai giornalisti professionisti.

Questo ricatto ha vissuto il suo ultimo giorno di vita il 31 dicembre dell’anno appena conclusosi:  l’equo compenso giornalistico è diventato legge, una legge che è entrata ufficialmente in vigore il 18 gennaio 2013. Sembra assurdo che debba essere varata una norma legale che ribadisca il diritto di ricevere un compenso per una prestazione. Eppure essa si rende necessaria. Entro trenta giorni verrà istituita una commissione che resterà in carica tre anni e avrà il non semplice compito di stabilire l’entità dell’equo compenso.

Di cifre non si parla ancora: in un’intervista rilasciata alla repubblica degli stagisti, il presidente della FINS Roberto Natale aveva dichiarato che un giornalista deve essere pagato “almeno quanto una collaboratrice domestica per ciascuna ora di lavoro”.

Ciò che più conta e che spezzerà le gambe a tantissime testate giornaliste che, con questa legge, diverranno di fatto illegali è , come leggiamo dal sito della Repubblica degli stagisti “l’istituzione di un elenco di quotidiani, periodici, agenzie di stampa ed emittenti radiotelevisive, anche telematici, che garantiscano il rispetto dell’equo compenso, dandone adeguata pubblicità. Proprio la mancata iscrizione in questo elenco per più di sei mesi comporterà la decadenza del contributo pubblico in favore dell’editoria”.

Questa legge rappresenta, oltre che una piccola soddisfazione per chi, come noi, è stato vittima di questo illecito meccanismo, un primo passo verso la fine dello sfruttamento intellettuale, ricordandoci  che, nonostante le infelici prospettive lavorative che ci aspettano, accettare un lavoro sottopagato o privo di compenso che viene, invece dichiarato regolarmente retribuito, rappresenta un reato contro la legge nonché una violenza contro se stessi e contro la nobiltà del lavoro e  della cultura.

Bisogna conservare quel minimo di buon senso e amor proprio che ci spinge a non scendere ad compromessi tanto infimi.

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