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L’FBI sblocca l’iPhone dell’attentatore di San Bernardino

Possono succedere strane cose quando si incrociano due tematiche importanti come terrorismo e privacy. Può succedere che per sbloccare un iphone si smuovano mari e monti, perché da questa operazione dipende la svolta decisiva delle indagini investigative.

Gli stragisti di San Bernardino e l’iPhone da sbloccare: Apple vs Governo USA

Il 2 Dicembre 2015 Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik passano alla storia come gli stragisti di San Bernardino, irrompono in un centro di cura per disabili mentali e uccidono 14 persone. Qui si ferma il fatto di terrorismo e inizia la questione della privacy: Farook aveva un iPhone, su cui gli inquirenti pensano si possano trovare informazioni fondamentali per le indagini, il problema è che l’iphone dell’attentatore corrisponde ad una delle ultime versioni presenti sul mercato, assai difficile da violare senza l’assenso del proprietario, rispetto a quelle precedenti, anche con l’apporto dei vari espedienti forniti dagli esperti delle manomissioni informatiche.

Il Governo americano si è rivolto, quindi, al produttore, Apple, fiducioso di poter ottenere tutto il materiale presente sull’apparecchio, ma l’azienda di Cupertino si è rifiutata per ragioni di privacy, e ciò ha portato il governo ad intraprendere un’azione legale contro l’azienda ed aprire un procedimento apposito per costringerla a collaborare. Questo almeno fino agli ultimi giorni, che vedono la sospensione e cancellazione del procedimento, in quanto l’FBI sarebbe riuscita a sbloccare l’iPhone.

Secondo delle indiscrezioni riportate da un giornale israeliano, l’FBI per sbloccare l’iphone di Farook si sarebbe avvalsa dell’aiuto di un azienda israeliana, la Cellebrite, non nuova ad attività del genere. La Cellebrite, sempre se l’informazione riportata dal quotidiano sia da ritenersi veritiera, avrebbe sviluppato una piattaforma software capace di sbloccare gli iPhone con processore a 32bit fino a iOs8.4 e che, per sbloccare poi quello dell’attentatore, un modello 5c con processore da 32 bit ma con iOs9, abbiano poi lavorato sull’hardware per fare il “salto di versione”.

Che sia stata o meno l’azienda israeliana, si aprono adesso vari scenari, per cui la Apple, senza dubbio, vorrà conoscere le modalità con cui il Governo americano è riuscito a sbloccare uno degli apparecchi meglio criptati sul mercato. Si prospettano, in questo senso, l’inizio di una nuova serie di battaglie legali, tra Apple e Governo Usa, per capire in che modo gli investigatori siano riusciti ad “aprire” l’iphone del terrorista. Sull’altro fronte, quello della riflessione morale, c’è da chiedersi se, dal momento in cui si è riusciti a entrare in un apparecchio che -per quanto si possa amare o meno Apple- è notoriamente uno dei meglio protetti, possiamo davvero definire sicure dal punto di vista della privacy queste strumentazioni, come i nostri cari smartphone a cui, peraltro, sempre più spesso affidiamo le nostre relazioni interpersonali, i nostri segreti e in senso più generale le nostre esistenze? Possiamo inoltre continuare ad usarli senza avere il timore che qualcuno, a nostra insaputa, possa “osservarci”?

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