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Eroica Fenice

Lo Scudillo tra giungla e realtà

Guarda mamma, lo Scudillo sembra una giungla!

L’esclamazione di uno dei bambini presenti alla camminata popolare di ieri 13 dicembre, partita da piazza Sanità per sollecitare la riapertura dello Scudillo, riassume ogni discorso a riguardo.
Ha ragione: sembra una giungla. Ma non lo è. Non lo è, perché siamo a Sanità, uno dei rioni più popolosi di Napoli, e la giungla urbana, quella in cui si fatica a camminare, in cui bisogna farsi strada a furia di passi stretti e rapidi, in cui si perde la percezione del tempo e della civiltà, l’abbiamo lasciata in quei vicoli. In quel rumore asfissiante come plastica bruciata.
La salita dello Scudillo, al contrario, è solo una strada che la natura sta a poco a poco ingurgitando. È un percorso di importanza storica, di epoca romana, lungo circa 1 km e incastonato tra due imponenti pareti di tufo, chiuso ormai dal 1987, proprio in seguito al crollo di un costone tufaceo. I lavori di ripristino non sono mai cominciati.
Che il bimbo si riferisse alla giungla vera? Quella con gli alberi e le liane? Qualcuno dovrà pur spiegargli che nella giungla vera, di norma, non si cammina su amianto e fogne aperte. Su una giungla, di norma, non passa la tangenziale. Certo, foglie e rami stanno prendendo il sopravvento, ma combattono ogni giorno contro i cumuli di rifiuti e sostanze tossiche.
La natura ha poche armi per reprimere l’ignoranza e la noncuranza degli umani. Le sta mettendo in gioco tutte, ma la sua lotta non ha evitato che questa salita si trasformasse in una vera e propria discarica a cielo aperto. Perché allo stato attuale, di questo si tratta: una discarica che fiancheggia il recente parco del Poggio da un lato, e antiche ville residenziali dall’altro. Sullo sfondo, un Vesuvio, già sofferente, osserva rassegnato.
Il comitato sorto un mese fa, guidato dal consigliere alla Municipalità Stella San Carlo all’Arena Francesco Ruotolo, e supportato da numerosi cittadini, tra cui gli occupanti dell’ex Opg Je so’ pazz, chiede oggi a gran voce un intervento. Un intervento che, possibilmente, non si limiti ad abbattere mausolei romani, come accaduto nel 1965 alla Conocchia, sepolcro monumentale inserito tra le mete del Grand Tour, di cui oggi non resta traccia. Un intervento che, possibilmente, sani le ferite del quartiere senza colpirlo ulteriormente.
I progetti che il posto suggerisce sono vari, dall’apertura ai soli pedoni all’apertura ai veicoli, che consentirebbe di collegare Sanità ai Colli Aminei e faciliterebbe il raggiungimento dell’ospedale più vicino. I pareri sono discordanti.
Certo, calpestare foglie secche tra gli agrumeti, come ora, senza poter percepire nessun odore perché troppo sopraffatto dalla puzza umana, rilascia energie letali, in chiunque abbia mai realmente visto un sentiero irto e suggestivo. Ma immaginare macchine e moto al posto di queste foglie e radici, a mio avviso, ne rilascia altrettante. Il sentiero pedonale sarebbe forse l’unico vero intervento di risanamento.
Prima di arrivare a questo, però, il primo passo per cui il comitato si batte è quello di bonificare l’intera area, eliminando qualsiasi tipo di rifiuto tossico e ripristinando le caditoie per fronteggiare le frequenti inondazioni, in vista di una maggiore sicurezza e salubrità. Già in seguito alla camminata del 22 novembre, le istituzioni hanno promesso la bonifica della salita fino al primo muretto. RiprendiAMOci lo Scudillo alle promesse crede poco, e rimarrà quindi a monitorare la zona, senza arrendersi.
Urlo con voi, riprendiamoci lo Scudillo. Ma urlo anche: riprendiamoci, e basta.
Perché non si debba più spiegare a un bambino la differenza tra giungla e discarica, tra natura e inciviltà.

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