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Eroica Fenice

Mario De Martino, intervista all’autore de “L’inchiesta”

L’editoria, negli ultimi vent’anni, ha cambiato drasticamente volto. La crisi intellettuale ed economica, che il nostro Paese sta affrontando, ha determinato un atteggiamento maggiormente conservativo e molte case editrici dopo essere state, per decenni, officine di sogni, si sono dovute adeguare ai diktat del mercato. Ora come ora, vedere il proprio sogno diventare carta, gratuitamente, è, per uno scrittore esordiente, veramente una chimera. Si prediligono, in primis, i VIP e poi gli autori che hanno un bacino di pubblico, meglio se “giovani con esperienza”, come in un qualsiasi call center. Questa frustrante realtà ha avuto come conseguenza l’aumento di pubblicazioni con esborso economico da parte dell’aspirante autore e, soprattutto, dell’autopubblicazione, alternativa valida ma con poco appeal sul pubblico. Ci sono, però, emergenti dal così grande talento che non hanno certamente avuto problema a trovare un editore. Ne abbiamo intervistato uno, Mario de Martino, che a 22 anni ha già otto romanzi e tantissime altre pubblicazioni all’attivo.  

Intervista a Mario De Martino

 Chi è Mario De Martino?

Un ragazzo occhialuto di 22 anni con l’insana passione per la lettura e la scrittura. Amo tutto ciò che è di carta e racconta qualcosa. Vivo in provincia di Napoli, sono laureato in Lettere e attualmente mi sto specializzando in Filologia Moderna.

Come è nata la passione per la scrittura e come si è evoluto nel tempo il tuo rapporto con la penna?

Quando avevo dieci anni trasmettevano in tv le indagini di Jessica Fletcher; nella sigla si vedeva una signora avanti negli anni che batteva freneticamente le dita su una macchina per scrivere, con tanto di musichetta orecchiabile in sottofondo. Così, a me che divoravo fumetti Disney e brevi romanzi per ragazzi, venne in testa l’idea di procurarmi una macchina da scrivere e fare lo stesso (la tv è pericolosa: mette strane idee nella testa dei bambini). Comprai la macchina per scrivere in un mercatino delle pulci e ci scrissi il mio primo racconto (la storia di un trovatello che si imbarca sul Titanic, spudoratamente ispirata al film di James Cameron). Da allora scrissi e riscrissi senza interruzione, anche se difficilmente andavo oltre le dieci o quindici pagine. Poi, qualche anno dopo, successero due cose a dir poco fondamentali: scoprii J.R.R. Tolkien e mi regalarono un computer. Mi avvicinai, quindi, al fantasy… e scrissi il mio primo romanzo.

Tra i romanzi che hai scritto, a quale sei più legato?

Il mio romanzo migliore, a livello di intreccio, di trama e di documentazione, credo sia “Antarctica” (Casini editore, 2012). A livello di stile e di caratterizzazione dei personaggi il migliore è senz’altro “Regole del gioco” (La Corte Editore), l’ultimo romanzo che ho scritto (con uno stile, appunto, particolarissimo e del tutto differente da quello adoperato nella mia precedente produzione).

Ebook sì, Ebook no.

Ebook nì. Io sono un tradizionalista (per dirne una: colleziono manoscritti e libri d’antiquariato. Questo dovrebbe dirla lunga sul mio attaccamento alla “carta”), ma non posso negare i vantaggi del libro elettronico: prezzo migliore, maggiore praticità, ecc. Spero che libri ed ebook convivano ancora a lungo, e che nessuno rimpiazzi l’altro: è l’unico modo per far felici tutti.

Qual è la tua idea sull’editoria a pagamento?

L’editoria non è tutta rose e fiori: scrivere un libro può essere considerato la parte più semplice del processo di pubblicazione. Purtroppo bisogna lottare con i distributori (se sei un signor nessuno, non ti distribuiscono o ti distribuiscono male), con le librerie (idem), con i lettori stessi (perché leggere “pinco pallino” quando puoi comprare l’ultimo libro di Dan Brown?). La pubblicazione a pagamento non garantisce né la presenza in libreria né che il romanzo sia letto da un numero più o meno alto di lettori. Ma, beninteso: nemmeno l’editoria “free” garantisce niente del genere. Naturalmente, la casa editrice free investe totalmente sull’autore, e questo significa che – in qualsiasi modo il libro sarà accolto dal pubblico – l’editore crede sul serio nelle potenzialità del romanzo e dell’autore.

Parlaci di “Regole del gioco”.

Regole del gioco” (uscito con La Corte Editore di Torino) è un romanzo per fuori di testa. Credo metta in luce quella vena di follia che aleggia in ciascuno di noi.
La storia prende le mosse dal cosiddetto “esperimento Milgram”, un esperimento di psicologia sociale condotto negli anni ’60. I protagonisti sono cinque sconosciuti che si risvegliano in un’enorme casa fatiscente invasa dalle telecamere, costretti ad assecondare i deliri di una strana voce che comunica loro il da farsi mediante apparecchi telefonici, cellulari e walkie-talkie sparsi per l’abitazione. La trama e il suo intreccio, tuttavia, sono solo un pretesto per mettere in scena i più reconditi orrori dell’animo umano: nel corso della narrazione, realtà e immaginazione dei protagonisti si confondono. Le loro paure, i loro tormenti, le azioni compiute in passato affiorano in superficie e si materializzano. In alcuni passaggi, il confine tra fantasia-immaginazione-incubo e realtà è del tutto sfumato. Non a caso, l’intera vicenda è strutturata intorno a una domanda che assilla continuamente i personaggi: “Qual è la cosa più orribile che tu abbia mai fatto?”.

Ne “L’inchiesta” hai analizzato alcuni pilastri della fede cattolica per fornire ai tuoi lettori una visione ad ampio spettro e più storicamente attendibile di alcune verità che, in realtà, tali non sono. Qual è, dal tuo punto di vista, la discrepanza più grande e quali critiche ti sono state mosse a riguardo?

Scrivere un testo come “L’inchiesta” significa attirare parecchie critiche. È inevitabile. D’altra parte, il mio libro prova a essere il più imparziale possibile, cosa che molti lettori – con mio grande piacere – hanno riconosciuto. Ovviamente, ognuno ha la libertà di credere in ciò che vuole: la mia intenzione non è mai stata quella di “sconvertire” la gente. Nemmeno io, tra l’altro, mi definisco “ateo”. Sono solo un curioso in cerca di risposte. La più evidente tra le innumerevoli discrepanze è che esistono tante verità. A partire dai medesimi testi e dalle medesime tradizioni, tanti popoli e tante culture hanno ricavato verità diversissime e spesso in contrasto tra loro. Sento spesso dire dai Cristiani che in più punti dell’Antico Testamento si fa riferimento alla figura di Gesù e al suo sacrificio. Una sorta di prefigurazione o profezia.  Il passo più celebre è forse quello contenuto nel libro di Isaia, dove si parla del “servo sofferente” (che i Cristiani, appunto, identificano in Gesù). Lo stesso passo di Isaia, la stessa metafora del “servo sofferente”, se analizzata dal punto di vista degli Ebrei non ha niente a che vedere con Gesù: questi ultimi sostengono che in quel passo si parli del popolo d’Israele. C’è da dire che quel testo è stato scritto dagli ebrei in un ambiente ebraico e per il popolo ebraico… non mi azzardo a stabilire da che parte sia la ragione, ma credo sia necessario porsi delle domande. Ancora, pur facendo riferimento allo stesso libro (la Bibbia), Cattolici e Protestanti hanno idee opposte sulle immagini sacre e sulla loro adorazione. Differenze più o meno importanti esistono all’interno delle stesse confessioni cristiane: Protestanti e Cattolici non ritengono “ispirati da Dio” gli stessi libri presenti nella Bibbia (la Bibbia cattolica conta 73 libri, quella protestante 66); gli ebrei rifiutano l’intero Nuovo Testamento e gli stessi libri dell’Antico ritenuti apocrifi dai Protestanti; la Chiesa Copta ritiene “ispirati da Dio” alcuni libri che non sono considerati tali da nessun altro (come, ad esempio il Libro di Enoch). Insomma, non esiste una verità; esistono tante verità. Ogni popolo si è costruito la propria, e la storia ci insegna che spesso si è ucciso (e si uccide) nel tentativo di dimostrare al mondo che la propria verità sia “più vera” delle altre. “L’inchiesta” prova ad analizzare questo processo, prova a scavare a fondo nel “materiale religioso” al fine di trovare una risposta a questa domanda: “Ci sono discrepanze tra ciò che ci insegnano e ciò che è riportato nei testi sacri?” Lo fa dimenticandosi di tutte le verità e analizzando i testi sacri da un punto di vista storico e antropologico, prendendoli per quello che sono: libri scritti dagli uomini per altri uomini in particolari condizioni storiche e sociali.

Prossimi progetti in cantiere?

Le cose da fare sono tante e le idee, di certo, non mancano. Tuttavia, questo è un periodo un po’ frenetico. Pur avendo fatto una breve incursione nella saggistica, non è mia intenzione abbandonare la narrativa; insomma, non credete di esservi liberati di me!