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Eroica Fenice

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Merendine e le strategie della pubblicità

Un campo di grano, due bambini che si rincorrono, una mamma li osserva e sorride pacifica, poi la famigliola si riunisce intorno ad una tavola apparecchiata per la merenda. Carezze, sguardi complici, una star di Hollywood e lo slogan pubblicitario accompagnato dai violini. La trama è sempre la stessa, cambia lo scenario ma gli spot delle merendine si somigliano un po’ tutti, dall’ altra parte dello schermo ci sono i genitori e i loro figli, questi ultimi memorizzano il nome del prodotto, sarà la prima cosa che guarderanno sullo scaffale del supermercato e non avranno remore nell’ afferrarlo, d’altronde a scuola le mangiano quelle merendine. Per un genitore è molto difficile dirottare l’attenzione verso cibi salutari, deve fare i conti con l’appeal del prodotto industriale che spesso reca in allegato il gadget del supereroe di turno o dell’eroina dei cartoni animati. Poi la pubblicità dice che queste merendine sono sane, fanno bene alla salute, sono piene di vitamine!
Peccato che la realtà superi la fantasia, la fantasia della pubblicità in questo caso, si perché dietro alla voce rassicurante dello spot, si nascondono strategie di marketing volte a mascherare il cosiddetto junk food, ovvero cibo spazzatura, da prodotto salutare. Il procedimento del nutritional washing consente ad un’azienda produttrice di alimenti considerati nocivi alla salute per l’alto contenuto di grassi, zuccheri, elementi chimici come i conservanti, di poter ripulire la propria immagine agli occhi del consumatore e di porsi sul mercato in modo vincente. Ne è un esempio l’azienda statunitense McDonald che negli ultimi anni ha attuato alcune strategie in tal senso, sostituendo ad esempio le patatine fritte dell’happy meal con una confezione di carotine ( come se questa mossa bastasse a riequilibrare i valori nutrizionali di un pasto da fast food). Quali sono le conseguenze di un regime alimentare sregolato e ricco di grassi? Nel nostro paese i dati sull’obesità infantile sono abbastanza allarmanti, ben il 9,8% dei bambini tra gli 8-9 anni è obesa e il 52% fa una merenda di metà mattina abbondante, consumando pochissima frutta e verdura. I bambini sono i principali consumatori di snack dolci e salati, sono invogliati e condizionati da ciò che guardano soprattutto in tv, in base ad una media di tre ore giornaliere passate davanti al televisore si stima che un bambino italiano guardi uno spot alimentare ogni 5 minuti. Il rischio è che il consumo di cibi grassi sia avallato da quella che possiamo definire “pubblicità ingannevole” che dissimula le reali proprietà nutrizionali del prodotto, la soluzione potrebbe essere quella di diminuire la messa in onda di tali spot ma non solo, occorrerebbe un maggior controllo sugli slogan salutisti. La normativa europea vieta qualsiasi riferimento tra un alimento e la salute in mancanza di valide argomentazioni scientifiche. Nel caso delle merendine, la prova del nove risiede nell’etichetta, dal confronto tra etichetta e messaggio pubblicitario si notano delle incongruenze tra la proposta salutare e alcuni ingredienti, per cui la sensazione di esser presi in giro sulla salubrità del prodotto mi sembra legittima.
Prendiamo in esame due prodotti, senza specificare il marchio:

1. Merendine ai cereali e purea di fragole. Il nome del prodotto contiene in sé un prefisso inequivocabile “nutri”, a garanzia delle proprietà nutrizionali.
2. La merendina ha una crema al cacao magro. L’aggettivo magro tranquillizza sull’apporto calorico.
Tra gli ingredienti in comune:
oli vegetali non idrogenati ovvero olio di palma e olio di colza, entrambi vengono usati come surrogati del burro, l’industria alimentare li predilige perché molto più economici, hanno un’alta percentuale di grassi saturi intorno al 50%, potenzialmente dannosi per l’apparato cardiovascolare. L’olio di colza è soggetto a limiti e restrizioni del 5% perché contiene acido erucico altamente tossico, se opportunamente trattato può diventare biocarburante per i motori Diesel. Come se non bastasse, la coltivazione di palme da olio comporta la deforestazione di foreste asiatiche e africane.

Il fattoalimentare.it insieme a Great Italian Food Trade ha lanciato una petizione su Change.org (attualmente conta circa 113.000 firme) per dire stop all’invasione dell’olio di palma presente nel 95% dei prodotti da forno, tra le aziende aderenti la Coop, Esselunga, Md Discount, Ld Market e Ikea. La questione dell’olio di palma è approdata anche in Parlamento, grazie a Matteo Mantero, deputato del Movimento 5 Stelle, che dopo aver letto e sottoscritto la petizione, ha tradotto il testo in un atto parlamentare. Il documento è stato presentato alle commissioni congiunte Affari Sociali e Agricoltura della Camera dei deputati, nella seduta del 28 novembre scorso.

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