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Eroica Fenice

Pasolini

Muore Pelosi, ma ancora nessuna verità sulla morte di Pasolini

Giuseppe Pelosi è morto a 58 anni, il 20 luglio 2017.

Aveva scontato una pena pari a nove anni di reclusione per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini.

Pino Pelosi, in verità, è morto a 17 anni, il 2 novembre 1975. Perché quella notte, insieme a quella di Pasolini, è finita anche la sua vita. Pierpaolo Pasolini fu ucciso da un “ragazzo di vita” per ragioni omosessuali. Sineddoche nella vita e nella morte dell’intellettuale di Casarsa: il sesso, la parte, che diventa il tutto.

Perlomeno, così ha stabilito la legge italiana, scevra di giustizia, durante un processo che non ha convinto nessuno e che si è fatto specchio dell’aggravarsi dei sintomi di disagio politico nella società e nelle istituzioni durante gli Anni di Piombo.

E, ripercorrendo gli ultimi giorni e le ultime ore di vita di Pasolini, è facile comprenderne il perché.

Durante le prime ore del giorno dedicato alla commemorazione dei defunti del 1975, una pattuglia dei carabinieri ferma un’automobile contromano sul lungomare di Ostia. Alla sua guida c’è Pino Pelosi, 17 anni, che viene arrestato per furto d’auto.

Infatti quell’Alfa Romeo era l’auto di Pier Paolo Pasolini che, intanto, giaceva a terra sulla sabbia sporca di sangue, accanto ad un campetto di calcio al Molo di Ostia, accerchiato da un gruppetto di curiosi.

Pelosi in carcere confessa al suo compagno di cella: “Ho ammazzato Pasolini”.

2 Novrembre 1975: la celebrazione dei morti e la passione di un blasfemo, Pasolini

Il corpo martoriato di Pasolini fu ritrovato alle 6:30 da una donna di borgata, che lo aveva scambiato per un mucchio di spazzatura.

La polizia giunge sul luogo del delitto e conduce indagini superficiali. Permette alla folla di avvicinarsi al corpo, ai ragazzini di giocare a calcio nel campetto adiacente e rilancia con un calcio il pallone quando giunge nello squallido spiazzo dove giace il corpo.

Ironia della sorte, della morte. Crudeltà di tempo e spazio.

Pasolini muore nel giorno in cui la chiesa celebra i fedeli defunti. Il suo corpo è dilaniato: un “grumo di sangue”, ha dieci costole rotte, il volto irriconoscibile. Passione di un blasfemo.

Nel 1949 era stato cacciato dal PCI per via della sua omosessualità. Nel ‘63 era stato accusato di vilipendio alla religione di Stato per il corto “La Ricotta”, epopea e morte dei poveri cristi contenuta in RoGoPaG.

Muore a due passi da un campetto da calcio, ucciso da un ragazzo di vita: ciò che aveva caratterizzato la sua vita, segna la sua morte. Il calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e i ragazzi delle borgate di cui, nella sua vasta opera, ci restituisce la dignità e il dolore.

Comincia il processo. Al primo grado di giudizio il giudice, fratello di Aldo Moro, sentenzia che Pelosi è colpevole ma “non ha agito da solo”. La Corte d’Appello conferma la condanna per omicidio, ma non dà credito all’ipotesi dei complici. Nel 1979 la Cassazione conferma la sentenza. Omicidio omosessuale: Pelosi, per difendersi, ha ucciso Pasolini che voleva costringerlo ad avere una prestazione sessuale con lui.

Nel 1983 otterrà la libertà condizionata.

Un’altra pista: l’omicidio politico di Pasolini

Una tale sentenza non convince quasi nessuno.

Non convince la superficialità con la quale sono state condotte e indagini né l’idea che Pelosi abbia agito da solo.

Nel maggio 2005 Pelosi ritratta, sostenendo di essersi accusato perché sotto minaccia, dicendo che Pasolini si trovava al molo di Ostia per recuperare le bobine di Salò che, di fatti, erano sparite dalla sua abitazione pochi giorni prima. Oggi il suo legale ribadisce la sua innocenza.

E pochi giorni dopo la morte, scomparve anche Lampi sull’Eni, un capitolo di Petrolio, il libro che stava scrivendo. Pasolini, che già a lungo aveva denunciato la strategia della tensione portata avanti dalla DC, ne è stata una vittima?

La morte era stata onnipresente nel suo ultimo tratto di vita: trionfante inSalò “, ricorrente nelle ultime poesie, dirompente nelle interviste di quei giorni.

Il petrolio e gli omicidi italiani

Enrico Matte, Mauro De Mauro e Pier Paolo Pasolini. Cosa accomuna queste tre morti?

L’oro nero, stando a quanto emerge dalla lunga indagine portata avanti dal magistrato Vincenzo Calia.

Pasolini usò come fonte un libro firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz, dal titolo Questo è Cefis per provare che la morte di Mattei non era stata un incidente. Questo libro fu fatto sistematicamente sparire dalla circolazione, ma ne sono ritrovate le fotocopie fra i materiali di Pasolini.

«In questo preciso momento storico Troya (pseudonimo usato da Pasolini per Cefis (n.d.r) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore». (Mattei, n.d.r.)

La morte di Mattei, avvenuta nel 1962, fu sbrigativamente archiviata come incidente. Ma le indagini hanno concluso che l’aereo sul quale viaggiava Mattei precipitò a causa di un sabotaggio. Per la procura non è stato possibile raccogliere le prove e trovare i mandanti.

Allo stesso modo, morì Mauro De Mauro: il giornalista che indagava sul caso Mattei. Il suo dossier sul caso sparì e De Mauro fu ucciso mentre si recava all’incontro con Francesco Rosi che, in quel momento, lavorava al film Il caso Mattei.

In coincidenza con questi omicidi spariscono sistematicamente i documenti sugli affari e i delitti che riguardano il petrolio italiano.

Uscire dalla storia è un atto caro ai reazionari. E Pasolini, è morto come i sottoproletari protagonisti delle sue opere, nell’ultimo abbraccio con quella terra fangosa e sudicia di cui si era innamorato? O è stato ucciso perché, ancora una volta, «sapeva»?

Sot di un tèj clípid di vert

i colarài tal neri

da la me muàrt ch’a dispièrt

i tèjs e il soreli. […]

Jo i sarài ‘ciamò zòvin

cu na blusa clara

e i dols ciavièj ch’a plòvin

tal pòlvar amàr.”

Sotto un tiglio tiepido di verde,

cadrò nel nero

della mia morte che disperde

i tigli e il sole.

Io sarò ancora giovane,

con una camicia chiara, 

e coi dolci capelli

che piovono sull’amara polvere.”

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