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Eroica Fenice

Napoletano: la cultura partenopea nella scuola

Napoletano, o meglio, nnapulitano, la lingua romanza parlata con le dovute variazioni diastratiche e diatopiche in Italia meridionale, diventa ora vera e propria materia di studio!

Succede nella scuola media Viale delle Acacie, in via Giacomo Puccini a Napoli, in cui è stato introdotto un corso completo di dieci lezioni pomeridiane di due ore l’una, che prevede laboratori ed esercitazioni orali di lingua napoletana, per comprenderne la pronuncia corretta e il lessico idoneo. Il corso dà la possibilità di studiare la complessa grammatica della lingua napoletana, corredata della sua antica tradizione e ricca cultura, per poi ottenere un attestato riconosciuto dall’Unione Europea in base al sistema QCER (Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue), in modo da valutare e riconoscere le competenze della lingua europea.

Il corso non è che una parte del più ampio progetto Napulitanamente, fondato dal professore di lettere Ermete Ferraro, autore di una grammatica della lingua napoletana, con lo scopo di ampliare il raggio di influenza di una cultura che sembra accantonata e di una tradizione che corre il rischio di giacere nel dimenticatoio. Scopo del prof. Ferraro è quello di riaffermare l’importanza a livello internazionale e culturale della lingua napoletana.

Si hanno testimonianze del suo uso a partire dal 960, in concomitanza con la documentazione che attesta l’uso effettivo della lingua italiana all’interno di uno dei più importanti documenti giuridici di tutti i tempi: il placito capuano. Sembra, infatti, che il volgare utilizzato nel testo, in parte scritto in latino, sia quello napoletano.

Sono documentati testi di grande spessore letterario come la traduzione dal latino al napoletano della Storia della distruzione di Troia di Guido delle Colonne, poeta della famigerata scuola siciliana. Come non ricordare la lettera in napoletano di un famoso fiorentino che ha avuto l’onore di soggiornare per un lungo periodo a Napoli: Giovanni Boccaccio, che scrisse a Franceschino dei Bardi la cosiddetta Machinta, in un napoletano dal gusto forestiero, imparato dal quotidiano contatto con i cittadini partenopei.

Nella prosa l’esempio clamoroso dell’uso del napoletano è la raccolta di cinquanta fiabe de Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille di Giambattista Basile, in seguito tradotta in italiano da Benedetto Croce.

Nella poesia la lingua napoletana è ravvisabile nel poemetto eroicomico di Giulio Cesare Cortese: la Vaiasseide «epopea delle serve»; nelle poesie di Salvatore di Giacomo e Ferdinando Russo (per citare solo alcuni).

È comunque il teatro il campo di battaglia in cui il napoletano padroneggia incontrastato: con i maestri Scarpetta, De Filippo, Villani, per non dimenticare un altro simbolo del teatro e del cinema napoletano, il Principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò.

La lingua napoletana ha una storia lunghissima ed il suo uso è naturalmente corrente, non solo nella vita quotidiana, oltre che nel teatro, il napoletano è ancora usato al cinema e anche in televisione.

Usato, sì, ma troppe volte inconsapevolmente. È per questo che ancora una volta è la scuola ad entrare nel merito, per insegnare la nostra cultura a chi ha bisogno di conoscere le proprie origini e, perché no, per regalare un viaggio gratuito e divertente nei meandri della storia partenopea: la nostra storia.

Fonte: Enciclopedia Treccani

Napoletano: la cultura partenopea nella scuola

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