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Eroica Fenice

Brasile 2014

Brasile 2014: quando lo sport non unisce…

Brasile 2014 è alle porte, e, ancora una volta, lo sport non unisce – o, perlomeno, non sempre. Un mondiale di calcio è una vetrina che non ha eguali, e non c’è da stupirsi che i riflettori del mondo facciano a gara per illuminarla. Ma su cosa si posano le luci? Il Brasile è tra i paesi emergenti del moderno panorama economico, un paradiso di colori in occasione del Carnevale di Rio, e i brasiliani adorano il calcio – tutto questo è un lato della medaglia… ma ogni medaglia ha due facce: il Brasile è anche la patria delle favelas, delle enormi baraccopoli che cingono le maggiori città metropolitane, degli scontri tra chi manifesta per il diritto alla salute o all’educazione e le forze dell’ordine, dei nuovi ricchi circondati dalla massa dei ‘vecchi’ poveri.

Un assaggio di quello che avrebbe significato disputare il mondiale in Brasile ci fu già fornito in occasione della Confederations Cup, allorché il ct della nazionale nostrana, Cesare Prandelli, confessò “ci hanno consigliato di non uscire dall’albergo”.
Storia già sentita, ma quanto mai attuale (ricordate Polonia-Ucraina 2012, o le Olimpiadi di Sochi?): le manifestazioni sportive rinfrancano lo spirito, creano argomento di discussione e strizzano l’occhio all’economia – ma come ignorare il grido di rivolta di chi preferirebbe un’amministrazione maggiormente attenta ai problemi della popolazione?

Tra chi grida “necessito di cibo, non di calcio”, chi manifesta contro i rincari dei trasporti pubblici, gli indios che tentano di impedire l’esposizione del trofeo mondiale al pubblico e la pressappoco generale convinzione che le spese a cui il governo carioca sta andando incontro per garantire la competizione siano troppo esose, vediamo coinvolta una fascia di popolazione veramente ampia dal lato delle barricate contro Brasile 2014.

Ma che ruolo gioca lo sport in tutto ciò? I mondiali dovrebbero rappresentare l’occasione per godere delle gesta tecniche del campione di turno, per tornare con la memoria ai fasti delle nazionali del passato e, si spera, per apprezzare esemplari gesti di fair play. Ma Brasile 2014 diventa di più, travalica i confini della manifestazione sportiva e diviene occasione per riflettere sulla direzione intrapresa dalla società moderna: un’occasione certamente da non sciupare, un momento di riflessione che ci riporta coi piedi per terra, che ci mostra che lo sport non sempre unisce…
Eppure la Fifa non si ritiene responsabile dei disordini e le istituzioni brasiliane ammoniscono a “non fare speculazioni politiche e a tirare conclusioni affrettate”, più desiderose di ospitare il torneo che di riconoscere la legittimità delle rivendicazioni – e allora un’ulteriore occasione sarà gettata al vento, e il ruolo dello sport si ridurrà, ancora una volta, a diversivo di massa, con l’intermezzo, qui e là, del calciatore che non dimentica le proprie origini di povertà, e affida alla maglietta – da mostrare al momento del goal – l’onere di ricordare che c’è altro al mondo oltre allo sport.

Lo sport non sempre unisce, ma potrebbe farlo: perché è stato impensabile che, ai tempi in cui fu designata l’ubicazione dei mondiali, la presidenza brasiliana e gli alti funzionari della Fifa si sedessero a tavolino a discutere prima di deliberare? Perché è impensabile che, almeno una volta, il giro di miliardi venga messo (almeno un attimo) da parte? La scelta del governo brasiliano di investire in infrastrutture a scopo ricreativo lì dove la povertà di massa è ancora un problema all’ordine del giorno stona alquanto: basti pensare all’Arena da Amazonia, stadio faraonico e costato sui 250 milioni di euro che, a mondiale finito, rimarrà una cattedrale nel deserto, sistemato nella zona d’interesse di minuscoli club di seconda serie che mai potranno aspirare ad un seguito nutrito. Ancora una volta, purtroppo, lo sport non ha unito, e Brasile 2014 vede la luce sotto i peggiori auspici. 

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