Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Pedofilia: come è punita in Italia?

Vescovo condannato per pedofilia è uno dei titoloni di cronaca dell’ultimo periodo; una di quelle notizie che l’opinione pubblica proprio non dimentica, ma che assimila e rigetta continuamente, nel vano tentativo di scacciare via il marciume che realtà come questa, volente o nolente, ci fa cadere addosso.
Tralasciando la vicenda del Vescovo, e guardando alla pedofilia in generale, il deterrente del marcio, in uno Stato provvisto di un sistema penale come il nostro, dovrebbe essere l’apparato giudiziario e, di riflesso, la tanto decantata giustizia.

Ma cosa prevede il codice penale italiano? Come viene sanzionato un abuso sessuale ai danni di un minore?

Nel codice penale, ciò che comunemente è detto pedofilia è indicato come “atti sessuali con minorenni” e rientra nel gruppo della “violenza sessuale” che fa capo, a sua volta, ai reati ascrivibili ai “delitti contro la persona”.
Parliamo quindi di delitti di natura sessuale ai danni di minorenni – non solo di bambini. Gli articoli del codice distinguono i minori in: di età inferiore ai sedici anni, di età inferiore ai quattordici e di età inferiore ai dieci.
In base alla distinzione è valutata la sanzione applicata al colpevole macchiatosi di pedofilia: la pena varia da un minimo di cinque anni di reclusione a un massimo – nel caso in cui la vittima abbia un’età inferiore ai dieci anni – di quattordici.

Il reato di violenza sessuale, sia ai danni di minorenni che maggiorenni, è soggetto a prescrizione, quindi alla possibilità di estinguersi se nell’arco di un certo periodo di tempo non viene denunciata la violenza.

Un reato caduto in prescrizione è un reato che, legalmente parlando, non è mai esistito.

Ma come può considerarsi “innocente” un uomo che abusa di un bambino perché è ormai decorso il termine entro cui presentare la denuncia?
Come possono sette, otto o quattordici anni di reclusione essere una pena equa – neanche giusta – per chi rovina delle vite?

Un bambino vittima di pedofilia è un bambino cui si strappa via l’innocenza e la si riduce in poltiglia. È un bambino la cui vita è inevitabilmente condizionata – plagiata dal male, dalla paura, dalla precoce consapevolezza che la corruzione umana può non conoscere limiti. È un bambino che rischia di crescere soffocato dalla disillusione e dalla diffidenza.
In qualche modo, il bambino che subisce l’abuso sessuale è “morto”, poiché la fanciullezza difficilmente sopravvive alla violenza.

È d’uso affermare che la gravità di un reato si misura con la pena ad esso associata, ed è impossibile non porre una domanda: l’illecito comunemente noto come pedofilia vale al massimo quattordici anni di carcere?
I tempi dell’occhio per occhio e dente per dente sono ormai passati, ma i tempi dell’equità dovrebbero essere onnipresenti. Se ad andare in frantumi è una vita, per rendere evidente la gravità del reato, è forse proprio una vita che deve essere messa in catene – la vita del colpevole.

Col rischio di cadere nel cinismo più spicciolo, mi chiedo se dinanzi al pericolo di quaranta o cinquant’anni di reclusione – senza possibilità di sconti, arresti domiciliari e qualsiasi altro fantasioso escamotage – diminuirebbe il numero dei bambini violentati e maltrattati e, di conseguenza, anche l’esorbitante numero di adulti affetti da questo strambo disturbo della psiche che li “costringe” a macchiarsi di pedofilia.

-Pedofilia: come è punita in Italia?-

Print Friendly, PDF & Email