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Eroica Fenice

Pochos: calcio e omosessualità

Il numero di Sport Week dell’11 luglio fa le cose in grande: piazza un bacio fra due rugbisti, due uomini s’intende, due muscolosi, barbuti e (supponiamo) mascolini rugbisti, simbolo per eccellenza dello sport che, più fra tutti, viene ritenuto un simbolo di forza bruta. Chapeau. Via alle discussioni, agli articoli di giornate, alle critiche più o meno velate, alle principali più avversative “Non ho nulla contro i gay ma…”.
Girando per il Gay Pride di Napoli dell’11 luglio, nel mezzo delle varie forme di vita ordinarie, sfilano alcuni ragazzi con una maglia azzurra ed uno striscione che recita “Diamo un calcio all’omofobia”.

Sono i Pochos, giovani napoletani con la passione per il calcio. Sorridono, scherzano, camminano, ammiccano alle fotografie e, a quanto pare, udite udite, giocano a calcio! E sì, la maggioranza fra loro è omosessuale. Sì, durante le partite sudano, corrono, sbraitano, si gasano e si fanno la doccia allo stesso modo di qualsiasi altra squadra. Ma perché hanno sfilato al Pride?

Il presidente della squadra, Domenico di Marzo, si è detto ben disposto ad un’intervista, per cercare di mettere a fuoco il punto di vista della sua squadra e l’orientamento della sua esperienza.

Ciao Domenico, com’è nata questa idea dei Pochos?

I Pochos, Associazione Sportiva Dilettantesca, nascono come squadra amatoriale in un primo momento come semplice momento aggregativo: il nostro capitano Giorgio Sorrentino cominciò a reperire su un sito di incontri gay dei ragazzi interessati al calcio. Così si formò un gruppetto di ragazzi gay amanti del calcio. Lentamente è cresciuto il desiderio di giocare a pallone per motivi sociali e sensibilizzare le persone attraverso il calcio a combattere contro omo e transfobia e a favore dei diritti civili LGBT.

C’è ancora qualche disagio a coniugare il binomio omosessualità e calcio?

Essere gay e giocare a calcio rompe lo stereotipo machista ed eterosessista che vuole i calciatori tutti fieramente maschi ed eterosessuali. Noi esistiamo per dire il contrario: che il calcio e lo sport in generale sono una possibilità per tutti, anche per le persone gay, lesbiche e trans.

Quindi in squadra non siete solo ragazzi omosessuali?

No, affatto, abbiamo anche due ragazzi trans, ex donne. Chiunque può giocare con noi, c’è anche un ragazzo etero che gioca. È importante però che sia sensibile alle nostre tematiche. Questo è un punto importante: essere gay dichiarati che giocano a calcio non vuol dire che creiamo una separazione con gli altri orientamenti: la novità della nostra squadra è appunto quella di essere una squadra aperta a tutti gli orientamenti.

A quanto pare i Pochos non sono pionieri di questa iniziativa: Domenico ci  informa che in altre città italiane vi sono realtà analoghe (a Roma, Torino, Genova, Firenze, etc) e tutte sono accomunate da una tendenza all’attivismo sociale per i diritti delle comunità LGBT in generale. Ogni azione sovversiva è, ovviamente, esposta a critiche: Domenico racconta che la squadra è stata biasimata perché, dicono, ha creato un ghetto. La sua replica è secca:

Chi ci vede come ghetto è omofobo e vorrebbe non sentire proprio parlare di “cose gay”. I veri ghetti semmai sono i miliardi di squadre di calcio rigorosamente “etero” in cui se esiste un gay è costretto al silenzio e deriso se viene allo scoperto.

La nevrosi della saponetta pare essere ancora iperpresente nelle menti degli appassionati di calcio, come se un calciatore omosessuale fosse meno capace a flettere i muscoli necessari a tirare un pallone, come se ci si sentisse a disagio a pensare di condividere la doccia con un compagno di squadra omosessuale. A tal proposito i Pochos hanno una storia affascinante e illuminante da raccontare: quest’anno hanno deciso di iscriversi ad una competizione locale, il torneo Napolissimo, senza “nulla da dichiarare”. I Pochos arrivano in finale e, sorpresa delle sorprese, vincono: sembra tutto molto ordinario, se non per il fatto che la squadra compie un coming out di gruppo sotto lo sguardo esterrefatto del pubblico, degli avversari, degli organizzatori del torneo, tutti incapaci di replicare all’inaspettato.

Purtroppo, ad oggi, il maschio eterosessuale, stereotipo del detrattore dell’omosessualità, lega ancora fortemente la propria virilità al gioco del calcio, ancorando ad esso l’affermazione del suo essere uomo (medaglia d’argento per l’automobile e il bronzo va alla presunzione sulle “dimensioni”). Perciò non si può che sperare che i Pochos continuino a offrire alla comunità locale una giusta lezione di accettazione e apertura mentale, oltre che, a quanto pare, un paio di lezioni su come si gioca a calcio. Chapeau.

I Pochos: calcio e omosessualità

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