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Rajoy

Il post-referendum in Catalogna tra Rajoy e Puigdemont

Domenica primo ottobre, guardando le immagini che giungevano da Barcellona, si aveva l’impressione di essere spettatori di un momento storico. La folla che nel martedì successivo al voto ha inondato le strade di Barcellona ha confermato tale presentimento: trecentomila  persone sono scese in piazza nella giornata dello sciopero generale mostrando tutta la forza di un popolo che continua a lottare per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, le spinte indipendentiste catalane devono fare i conti con il governo centrale di Mariano Rajoy.

Il referendum ha portato alle urne più di due milioni di persone con una vittoria schiacciante del sì: 2,02 milioni di voti favorevoli all’indipendenza contro i 176mila no. Sebbene abbiano votato solo due milioni di persone su oltre cinque milioni di elettori, si tratta comunque di dati importanti date le difficili condizioni in cui si sono svolte le operazioni di voto. Quella di domenica è stata una giornata convulsa in cui si sono susseguiti gli scontri tra le forze dell’ordine e i cittadini, le contrapposizioni con Mossos e Vigili del Fuoco da un lato e l’esercito dall’altro.

È evidente che il primo ministro Rajoy non può permettere che la catalogna dichiari l’indipendenza e questo per una serie di motivi. In primo luogo, perdere la Catalogna significherebbe perdere il 20% del Pil nazionale e una delle regioni economicamente più rilevanti del Paese. In secondo luogo, le spinte indipendentiste catalane, qualora andassero in porto, potrebbero scatenare un effetto domino che non riguarderebbe la sola Spagna. In Europa sono molte le regioni che rivendicano l’indipendenza. Tra le tante, basti pensare alla questione della Scozia, dell’Irlanda del Nord e degli stessi Paesi Baschi. Probabilmente il governo di Madrid teme proprio una totale disgregazione dell’unità nazionale causata prima dalla perdita della Catalogna e poi dei Paesi Baschi. Anche l’Europa, in constante tensione tra derive populiste e correnti anti-europeiste, guarda con preoccupazione ai fatti di Barcellona senza prendere una posizione netta: la commissione europea ha parlato di “questione interna” in cui l’Europa non può intervenire.

Osservando gli eventi attraverso le lenti del diritto appare evidente che il referendum catalano non ha alcuna validità perché incostituzionale. Ciò che però è necessario evidenziare è che il referendum è stato indetto dopo molteplici richieste di dialogo da parte delle autorità catalane. In realtà nel 2006 l’allora presidente Zapatero e Maragall, sindaco di Barcellona, avevano trovato un accordo: una legge regionale catalana ratificata dallo Stato centrale che conferiva maggiore autonomia alla Catalogna. Nel 2010 il governo guidato da Rajoy ha portato lo statuto alla Corte Costituzionale che lo ha bocciato. È da questo momento in poi che quelle che fino ad allora erano state richieste di maggiore autonomia, complice la crisi economica, si sono trasformate in spinte autonomistiche. Inoltre, come ha spiegato in modo eccellente Martín Caparrós sulle pagine del The New York Times, Barcellona non aveva e non ha alcun interesse ad ottenere un’indipendenza che implica inevitabilmente l’uscita dall’Europa e la costruzione di un nuovo Stato con tutte le fatiche che ciò comporta. È stata la “cocciutaggine” di Rajoy a portare al voto come spiega Caparrós. Si sarebbe potuto organizzare un referendum legale con quorum minimo, stabilendo che, affinché fosse valido, avrebbe dovuto votare in modo favorevole più della metà dei votanti. Si sarebbe data l’opportunità di votare senza implicare un voto favorevole all’indipendenza.  Se a tutto ciò si aggiungono le immagini di violenze perpetrate dall’esercito a danno di cittadini che vogliono semplicemente esercitare il diritto di voto, è evidente che la questione è stata gestita male. Paradossalmente è stata proprio la violenza perpetrata dall’esercito ai danni dei cittadini a legittimare le operazioni di voto agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.

Se la domenica del voto è stata caratterizzata da una tempesta, il lunedì è quiete. Dopo l’annuncio degli esiti referendari della sera precedente le piazze si sono svuotate lasciando il posto ai dubbi sul da farsi. Si arriva così ad un martedì di sciopero generale al quale partecipano solo a Barcellona trecentomila persone. «Oggi è una giornata di protesta democratica, civica e degna. Non vi lasciate coinvolgere dalle provocazioni. Il mondo lo ha visto: siamo gente pacifica» scrive Puigdemont mentre la polizia Spagnola lascia Barcellona tra ali di folla con le mani rivolte verso il cielo.  E proprio al termine di una lunga giornata di mobilitazione arrivano le parole di uno dei grandi assenti dei giorni precedenti: il re Filippo VI. Il re parla di «slealtà inaccettabile da parte delle autorità catalane» che «hanno violato i principi democratici dello stato di diritto». Il monarca ha concluso il discorso affermando che la Spagna supererà questi tempi difficili e chiamando l’intera popolazione all’unità.
La replica di Puigdemont alle parole del re è stata durissima. Nel discorso televisivo trasmesso la sera di mercoledì 4 ottobre, il leader catalano ha spiegato che Madrid ha rifiutato qualsiasi tipo di negoziazione e ha affermato che il re «non ha mai considerato la posizione della Catalogna, ma ha deciso semplicemente di sostenere il governo spagnolo, per annichilire il desiderio di sovranità del popolo catalano».

Il partito autonomista catalano Cup ha annunciato che lunedì 9 il parlamento catalano voterà per l’indipendenza. Mariano Rajoy affermando che «il governo spagnolo non negozierà su nulla di illegale e non accetta ricatti» ha inviato due convogli militari in Catalogna per “supporto logistico”.

Gli eventi sono in continua evoluzione ma dalle posizioni prese dai due leader sembra che nei prossimi giorni la situazione potrebbe degenerare velocemente.