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Eroica Fenice

Prostituzione: sì alle zone rosse?

Case di tolleranza, bordelli, zone rosse: l’idea di legalizzare o quantomeno controllare il fenomeno della prostituzione è tornato alla ribalta in questi giorni, ad opera di Andrea Santoro, presidente del Municipio IX di Roma. Il presidente, supportato dal sindaco di Roma Ignazio Marino, ha manifestato la volontà di intraprendere un progetto volto a tollerare la prostituzione in alcune zone della capitale – zone rosse, insomma, o anche “case chiuse all’aperto”.

Giusto o sbagliato? Morale o amorale?

Immagino i perbenisti che affogano l’Italia gridare allo scandalo, poiché per loro la prostituzione andrebbe bandita e basta: niente compromessi col fetido mondo della strada. E immagino anche i benpensanti, che, pur concordando coi perbenisti, trovano molto più “etico” aspettare che il destino faccia il suo corso e preoccuparsi solo se la zona prescelta coincide con la propria residenza.
Ci sarà poi una fetta della popolazione che troverà ragionevole l’agire di Santoro, giudicando l’esistenza di una forma di controllo il male minore – se non puoi debellarlo, questo “male”, meglio tentare di comprenderlo e tendergli una mano.

Della prostituzione si condanna l’illegalità, la tratta di essere umani – soprattutto donne giovanissime, finanche ragazzine –, la strumentalizzazione dell’individuo, che smette d’avere una coscienza, una personalità e diviene burattino nelle mani di uno sfruttatore senza scrupoli. La si considera veicolo di malattie, infezioni, morte. Ma della prostituzione si condanna anche l’immoralità, l’assenza di decenza, di buon costume.
Parlando di giusto e sbagliato, è davvero giusto, onesto, “morale” equiparare l’oggettiva violenza ai danni di esseri umani e il soggettivo senso del pudore?
Il primo, a ben vedere, pone molti più dilemmi alla nostra coscienza che non il secondo. Il secondo ci impone di dir “no” e nulla più, di negare che la prostituzione possa esistere, di chiedere che venga debellata – nonostante siamo pienamente consapevoli che non avverrà mai. Il primo, vale a dire l’oggettiva violenza ai danni di donne e uomini, ci apre uno scenario molto più ampio: se condanniamo la prostituzione perché è sinonimo di “sfruttamento”, allora l’ipotesi di legalizzare e controllare il fenomeno potrebbe davvero aiutare tutti i soggetti coinvolti, in ogni senso.

Ripristinare l’antica casa di tolleranza o istituire delle zone in cui è tollerata la prostituzione permetterebbe di limitare la prepotenza e lo sfruttamento di cui è impregnato questo fenomeno, poiché l’autorità non consentirebbe a minorenni di prostituirsi, né a donne e uomini d’essere costretti a mercanteggiare col proprio corpo. Può però tutelare coloro che scelgono di farlo, attraverso controlli medici, campagne a favore dell’utilizzo del profilattico, presenza di vigilanti sul territorio a difesa di minori, popolazione intera, prostitute potenzialmente soggette a maltrattamenti da parte di clienti.
Inoltre, tentare di “legalizzare” la prostituzione renderebbe anche meno fiorente il mercato nero di corpi umani. Il “contrabbando” è molto probabile che esisterebbe comunque, ma provare a controllare il fenomeno della prostituzione, integrandolo in qualche modo nella società civile, potrebbe rivelarsi un colpo bene assestato alla tratta.
In passato, è stata avanzata l’ipotesi di fiscalizzare la prostituzione, così da renderla una professione a tutti gli effetti. Un’ipotesi che, nella sua solo apparente assurdità, unita alle “zone” di cui parla il progetto di Santoro, potrebbe avere il merito di debellare il mercato nero di cui si è parlato.

Ma se qualcosa per tentare di porre fine ai soprusi e alle torture fisiche e psicologiche di cui sono vittime migliaia di ragazze e ragazzi esiste, perché lo Stato italiano continua a fingere di non vedere e non sentire? È davvero così pazzesco parlare della “professione di prostituta”?
L’immoralità, il buon costume e la decenza gridano a gran voce “sì, è pazzesco”; allora, concedetemi di chiedere alle tre dame del pudore se è preferibile avere le città soffocate da aguzzini sfruttatori, cadaveri di giovani prostitute, clienti maneschi e bambini vestiti di tutto punto e scaraventati su un marciapiede. È preferibile questo, purché accada di notte e nelle stradine più solitarie, dove nessuno vede e nessuno sente? O è forse preferibile adibire delle zone della città a piccole alcove, rendendo lecita la scelta – purché sia sempre e solo una scelta e mai un’imposizione – di “vendere” il proprio corpo e lecita la scelta di “acquistare” un corpo? Forse, per il sentire comune è un discorso ai limiti della decenza, ma concreto e razionale.

Lo Stato ha il dovere di tutelare i diritti dell’uomo e del cittadino e, al tempo stesso, di garantire l’espressione della libertà, a patto che questa non leda in nessun modo la libertà altrui: se le “zone rosse” istituite dall’Autorità sorgono in contesti raggiungibili solo dai soggetti coinvolti, nessuna libertà può dirsi violata e risulterebbe anzi tutelata la libertà di scelta e, cosa più importante, limitata con l’esercizio del controllo la tratta di giovani attorno alla prostituzione.

-Prostituzione: sì alle zone rosse?-