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Eroica Fenice

Provate a immaginare quel bambino

Vedendo la foto di quel bambino siriano riverso senza vita su una spiaggia della Turchia, presente da giorni su tutti i media, ho avuto inizialmente un sussulto istintivo, un moto d’ansia. Ho pensato senza riflettere e in maniera insensata, irrazionale: mio Dio, l’acqua gli sta coprendo il volto, morirà annegato. Ma solo un istante dopo ti accorgi che quel bambino è un naufrago, è stato inghiottito e poi sputato dal mare. Ed è solo un caso che sia arrivato su quella spiaggia. O forse no, forse doveva giungere lì. Ti senti poi in imbarazzo per uno scontato senso di pena, impotente di fronte un dramma che si è consumato lontano, atterrito per un indistinto senso di colpa. 

Si sa, ne sono già morti tanti allo stesso modo, ma noi in genere facciamo finta che queste cose non avvengano, preferiamo non pensarci, questa volta è capitato perché quell’immagine ci è stata sbattuta in faccia, non potevamo non indignarci, o fare finta di indignarci, almeno non di fronte a una foto così. Poi tutti gli opinionisti del giorno dopo, i facili o presunti ‘responsabili’, anche loro come sempre, come tutti nel coro degli indignati, bagnati da quelle solite lacrime di coccodrillo, apparentemente disturbati dalla crudezza della scena. Meglio tacere. 

Ho pensato a una mamma, si, a una mamma di quelle che si vedono sulla spiaggia, una di quelle che accompagna il figlio a fare il bagno, che controlla che il bimbo non si allontani e che una volta fuori dall’acqua gli asciuga i capelli, gli spalma la crema, lo tiene per mano o lo porta in braccio. Non c’è spiaggia che non sia abitata da bambini: li senti gridare, li vedi rincorrersi, o agitarsi in acqua mentre nuotano, li vedi fare il bagno insieme al papà e alla mamma, li vedi mentre imparano a pescare, mentre si tuffano da uno scoglio. Andare al mare per un bambino è sempre una grande gioia, una festa inaspettata. Eppure se penso a cosa sia stata quella spiaggia per il piccolo nella foto, se penso a quale viaggio abbia dovuto affrontare per giungere lì.

Ho provato a immaginare un bambino di notte su una spiaggia, infreddolito e impaurito, mentre sale su una nave insieme a tanti sconosciuti, pensate alla paura, provate a immaginare anche voi. Ma soprattutto provate a immaginare il terrore al momento del naufragio, quando la barca sta per affondare in mare aperto, pensate alle grida, ai tuffi in acqua disperati di donne, bambini, uomini che non sanno nuotare. Pensate poi al buio, alle onde che ti coprono, ti sballottano, pensate infine a un bimbo che è stato strappato dalle braccia dei suoi genitori, a due braccine che si agitano, ad una vocina che chiama ‘mamma, papà!’, una vocina sola e che ogni volta che prova a uscire viene trattenuta dall’acqua fino a non riuscire più a respirare. Poi, al mattino, solo la calma di una spiaggia deserta e il rumore, stavolta lieve e apparentemente docile, delle onde che accarezzano la riva. Quella stessa spiaggia dove altri bambini vanno a giocare, quello stesso mare che bagna le spiagge delle nostre coste, i piedi dei nostri figli, i nostri piedi, dove altri bambini più fortunati vanno a bagnarsi.

Non c’è bisogno di riguardare ancora quella foto: confrontatela con l’immagine o il ricordo dei vostri figli al mare, dei nostri figli, e vedrete che ogni volta che capiterà di andare in spiaggia, ogni volta che capiterà di bagnarsi nell’acqua del mare non si potrà non pensare, almeno per un istante, a quel bambino riverso senza vita su una spiaggia.

Provate a immaginare quel bambino

-Provate a immaginare quel bambino…- 

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