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Eroica Fenice

“Quella volta che”, storie di abusi e violenze raccontate sui social

Quella volta che: storie di abusi e violenze raccontate sui social – Parte 1

“Quella volta che” è il titolo di una campagna lanciata su Twitter dalla scrittrice e blogger Giulia Blasi, volto ad incentivare le donne vittime di abusi a raccontare le proprie esperienze senza vergogna né timore.

“Questo è il momento di parlare, non di minimizzare” ha scritto in un post Asia Argento che, recentemente, ha confessato di essere stata molestata e ricattata più volte, in ambito lavorativo. Proprio dall’esperienza dell’attrice, una delle tante vittime di abusi consumati nel mondo dello spettacolo (vedi il dibattuto caso Weinstein), prende le mosse quest’iniziativa rivolta a chiunque volesse lasciare una testimonianza per far conoscere la propria storia, confrontarsi, sostenersi a vicenda, lanciare un messaggio, cercare conforto o anche solo per sfogo. Inserendo nel post l’hashtag #quellavoltache su Twitter, Instagram e Facebook, o consultando siti web appostiti come Narrazioni differenti e scrivendo al relativo indirizzo e-mail, è possibile tracciare la propria storia ed esprimere o anche solo condividere il dolore, molto spesso indelebile, che da tempo alberga nel cuore di troppe donne.

Alcune delle denunce di abusi emerse attraverso l’hashtag #quellavoltache

#Quellavoltache ho detto di no al ragazzo con cui mi stavo frequentando e ha cominciato a cercare di aprirmi le gambe a forza, lasciandomi i lividi nell’interno coscia”. O “#quellavoltache sul bus chiesi ‘cosa sta facendo?’ ad un uomo che mi stava toccando e lui riuscì a far passare me per quella che vede molestie ovunque”; “#quellavoltache ho superato un esame universitario, solo quando il prof che mi invitava insistentemente ad andare a trovarlo nel suo ufficio privato di sera, non era presente all’appello”; “#quellavoltache mio cugino, più grande di me di una decina di anni, mi porta in camera sua e, al buio, mi tocca in mezzo alle gambe”; “#quellavoltache avendo rifiutato svariati inviti di un superiore ad “andare al parco insieme” le ripercussioni sul lavoro furono notevoli”; “#quellavoltache a 19 anni, mentre tornavo dall’università con due amiche, ci fermarono 2 giovani carabinieri, ci controllarono i documenti e cercarono di estorcerci i numeri del cellulare con velate minacce”; “#quellavoltache il ragazzo con cui mi stavo frequentando mi ha fatta ubriacare e, quando non ero in grado di reagire fisicamente (ma ero comunque mentalmente presente), mi ha violentata, e quando ho scoperto, tramite terzi, che era sieropositivo sono andata a fare i test”; “#quellavoltache durante un’occupazione, un ragazzo ha cominciato a insistere perché facessimo del sesso e, quando mi sono negata, mi ha detto ‘allora ti piace essere violentata’”; “#quellavolta che, ormai adulta e mamma, il capo dell’ufficio dove lavoravo da poco, mi aveva ‘appoggiato’ il suo bacino al mio lato b mentre ero in piedi a parlare con un cliente, dietro al bancone della reception, e una collega mi catechizzò: ‘tieniti queste smancerie, ti valgono 500/600 euro di mancia sullo stipendio’… io mi sono licenziata e l’ho denunciato“; “#quellavoltache di anni ne avrò avuti 18, aspettavo il pullman per andare a scuola, di mattina, ad una fermata piena di gente. Avevo delle calze a righe nere e fucsia, mi piacevano un sacco. Un signore sulla quarantina, veramente elegante, brizzolato e col sorriso cortese, mi si è accostato. Aveva la faccia buona, pensavo volesse solo chiedermi un’informazione. Invece si avvicina e sussurra, sempre sorridendo amabilmente: ‘te le sei messe per farti scopare?’, ammiccando chiaramente alle mie gambe. Si riferiva alle calze a righe. Mi sono allontanata, e lui ha accennato a seguirmi. Allora ho imparato la prima regola sulle molestie, la più efficace: se sei in mezzo alla gente grida, grida forte. Non vergognarti, non sei tu quella che si deve vergognare. Ho gridato forte ‘LASCIAMI IN PACE’, e il sorriso gli è svanito dalla faccia, perché tutti si sono girati a guardarlo. Si è allontanato subito, e non ha più osato ritornare in quel luogo”; “#quellavoltache rientrando a casa, ho trovato un uomo incappucciato ad aspettarmi. Si è avvicinato e ha iniziato a picchiarmi con una bottiglia. Con una mano colpiva la mia testa, con l’altra mi afferrava il braccio e provava a portarmi via. “Stai zitta, vieni via con me”, mi diceva. Io urlavo, chiedevo aiuto, ma nulla. Avevo ben chiaro che non stavo combattendo solo con uno stupratore, ma con la morte. Mi sono salvata. 90 giorni di prognosi, il volto sfigurato, un braccio ingessato, lividi ovunque e l’anima ferita. Sono trascorsi più di otto anni, ma certe cicatrici fanno ancora male quando le sfiori. Nonostante tutto il dolore e tutte le paure che per anni mi sono portata dietro, è stato il giorno che ha cambiato la mia vita. Una specie di sliding doors che ho faticato ad accettare, ma che fa parte di me e, se oggi sono quella che sono, lo devo a questa seconda possibilità. Mi sono salvata ed è giusto non sprecarla”.

Per la seconda parte clicca qui.