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Eroica Fenice

“Quella volta che”, storie di abusi e violenze raccontate sui social

Quella volta che: storie di abusi e violenze raccontate sui social – Parte 2

Per la prima parte clicca qui.

Quelli elencati sono solo alcuni dei tanti episodi raccontati sui social con l’hashtag #quellavoltache da moltissime donne, ognuna con una storia diversa dall’altra, tutte con un comune denominatore: la violenza subìta, da bambine o da adulte, almeno una volta nella loro vita.

Dinanzi a tante sincere testimonianze, colpisce come certi “ragionamenti” vengano fuori da sé,  in quanto radicati ormai nel pensiero comune (se hai un bell’aspetto fisico, o sei stupida o sei una poco di buono); è sconcertante quanto siano insistenti alcuni uomini, sentendosi forse “giustificati” per la posizione lavorativa che investono, per il comportamento o l’abbigliamento a loro avviso ambiguo e provocatorio della donna, o semplicemente perché maschi. Riguardo lo squilibrio di potere che spesso si viene a creare tra un uomo ed una donna in particolari ambiti, è giusto sapere che finché c’è squilibrio di potere, c’è violenza.

È una questione che riguarda solamente le donne?

Il fenomeno ha coinvolto anche tanti uomini, che si sono pronunciati dichiarando, in alcuni casi, di non aver mai immaginato le conseguenze degli atti verbali e non verbali commessi. Vedendosi la realtà spiattellata dinanzi ai loro occhi, hanno acquisito una maggiore consapevolezza del maschilismo permeante ogni aspetto della vita quotidiana.

Un ragazzo scrive su Facebook: “#quellavoltache hai detto che non te l’ha data perché è frigida; #quellavoltache hai detto che è una t*oia perché te l’ha data la prima sera; #quellavoltache hai pensato che tanto quella è famosa perché l’ha data; #quellavoltache ma dove vai vestita come una suora; #quellavoltache ma dove vai vestita come una t*oia; #quellavoltache che ti sei girato per fischiare un culo che passava; #quellavoltache che le guardavi le tette, mica gli occhi; #quellavoltache che ‘vabbè ma tu sei femmina; #quellavoltache che ‘però non fare la femminuccia’; #quellavoltache tu avevi ragione e lei torto solo perché donna. Perché #quellavoltache è un “giochino” molto interessante per liberare le donne dal peso e dalla paura del silenzio. Ma sarebbe ancora più interessante se fossero i “maschi” ad avere il coraggio di farlo”.

Qualcun altro dichiara: “#quellavoltache ‘mi è volato uno schiaffo’ su una ragazza mentre discutevamo animatamente, e mi sono scoperto più stupido maschietto alfa di quanto volessi”.

Alcuni cercano addirittura una motivazione per le loro azioni irrispettose e sconsiderate, ammettendo di aver dato troppe cose per scontate: “#quellavoltache mi è stato detto che dovevo essere più deciso con le ragazze, perché “i maschi fanno così”; #quellavoltache, quelle volte che, ho passato del tempo a commentare e giudicare il fisico delle mie compagne di classe, per sentirmi parte del gruppo; #quellavoltache sono stato molto insistente con una persona che mi piaceva, causandole un grande disagio; #quellavoltache ho fatto una battuta su Tiziana Cantone e #quellavoltache lei si è suicidata e mi sono sentito morire dentro”.

Questa è la forza di una campagna come “Quella volta che”: le testimonianze dirette e senza filtri sono una maniera molto efficace per indurre alla riflessione.

#METOO: le donne si scatenano contro gli abusi sui social di tutto il mondo

Violenza fisica e verbale, atti di umiliazione, molestie e discriminazione, da sempre le donne sono i bersagli più frequenti di abusi, retaggio di una cultura misogina che per secoli ha parlato di “sesso debole” in riferimento al genere femminile, relegandolo al ruolo di madre e moglie o di semplice oggetto sessuale. In molte culture la donna è considerata incapace, inferiore e per questo costretta a subire in silenzio. Oggi, la battaglia per rompere questo silenzio incalza più forte che mai. Nell’era dei social network, è bene creare strumenti utili per il miglioramento della società, che comincino col prestare ascolto ai singoli, dando loro l’opportunità di pronunciarsi anche su argomenti spinosi come questo: in quest’ottica nasce l’equivalente di #quellavoltache, con l’attrice Alyssa Milano (l’hashtag questa volta è #metoo).

Sporgere denuncia, ribellarsi, parlarne, sottrarsi in ogni modo alla violenza o evitarla, è l’unico modo per combattere tutto ciò. Siamo pur sempre noi a costituire questa società e, talvolta, ad assecondare inconsapevolmente il gioco di chi ci manipola. È fondamentale che ci siano sostegno e coesione fra le donne: è importante essere tutte dalla stessa parte e non temere di denunciare.

Troppe le denunce di violenze inascoltate: non bisogna mai smettere di crederci

Per tanto tempo, le donne sono state istruite al rispetto e spinte a segnalare ogni manifestazione di violenza subìta. Molte si sono convinte a denunciare e credevano di aver finalmente spezzato la catena che le univa al loro carnefice. Eppure, le recenti tragedie (come il caso dell’adolescente Noemi Durini), hanno reso evidente la scarsa efficacia della giustizia italiana. Per sopperire a tale situazione, la Fondazione Doppia difesa è intervenuta in difesa delle donne che muoiono mentre sono in attesa di giudizio, lanciando un #CodiceRosso.

Questo il racconto di una donna che ha scampato la tragedia: “#quellavoltache mio marito ha iniziato a picchiarmi, e io mi sono rintanata nel mio corpo, e l’ho visto come ultimo confine tra me e il mondo. Quella volta che sono rimasta a terra coi lividi e senza lacrime. Quella volta che sono stata picchiata con una scarpa, o con le mani, o con un libro. Quella volta che era colpa mia, solo colpa mia. Quella volta che ha cercato di soffocarmi. Quella volta che ha cercato di investirmi. Quella volta che ho deciso di lasciarlo, e con fatica, con dolore, son tornata in piedi da sola. Quella volta che ti fa pensare di essere vittima anche se sei istruita, laureata, forte e senza paura. Quella volta là, per me è stato un interruttore che ha resettato la mia vita. Ce la si può fare, perché io da sola ce l’ho fatta: ma comprendo chi cede lungo la strada, perché io cado tutti i giorni”.

Non bisogna mai smettere di crederci. Domani, potremmo vivere in un mondo migliore, dove vigano il rispetto e la meritocrazia. I nostri figli non dovranno vivere il disagio di essere molestati per strada in pieno giorno da uno sconosciuto o inseguiti di notte e costretti con la violenza a guardare e fare cose spiacevoli contro la loro volontà, né la frustrazione di poter lavorare solo in cambio di favori e prestazioni sessuali, la paura di essere minacciati e sentirsi incolpare di qualcosa che non hanno fatto. Né sentirsi domandare “Ma, scusi, lei come era vestita?”, come quando in commissariato una donna ha denunciato un atto di violenza subita.

“Quella volta che…” è l’incipit di un piccolo contributo per l’umanità: smettete di tacere, liberate voi stesse dai pesi che vi impediscono di andare avanti con serenità, camminate a testa alta, non vergognatevi, perché a doversi vergognare è chi commette la violenza, non la vittima.