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Revisione costituzionale: un’Italia nuova?

Alla Camera dei Deputati è attualmente discusso il disegno di legge sulla revisione della parte II della Costituzione italiana. La revisione costituzionale è stata presentata in Parlamento l’8 aprile 2014 dal Governo Renzi e ha già ottenuto la prima approvazione dal Senato della Repubblica.

Ma cosa si discute in Parlamento? Quali cambiamenti interesseranno lo Stato italiano se davvero venisse modificata la Costituzione?

La parte II della Costituzione riguarda l’Ordinamento del nostro Stato e le modifiche introdotte dalla legge di revisione costituzionale ineriscono soprattutto al Parlamento e al titolo V, dedicato alle Regioni, Province e Comuni. In particolare, l’iniziativa legislativa governativa si propone di superare il bicameralismo paritario, di ridurre il numero di Parlamentari, di contenere i costi legati alle istituzioni, di revisionare il suddetto titolo V e di sopprimere il CNEL.

In riferimento al superamento del bicameralismo paritario, la revisione costituzionale conferma alla Camera dei Deputati i compiti previsti dal testo vigente, aggiungendo che i soli deputati rappresentano la Nazione ed affidando al Presidente della Camera – non più al Presidente del Senato – il compito di sostituire il Presidente della Repubblica in casi di necessità.
Il Senato della Repubblica perde, in coerenza al bicameralismo differenziato, i compiti attualmente affidatigli, poiché diviene organo rappresentativo delle istituzioni territoriali con la funzione di fungere da punto di raccordo tra lo Stato, gli enti costitutivi della Repubblica e l’Unione Europea, interessandosi delle politiche pubbliche e della politica dell’UE. La funzione legislativa è concessa al Senato solo in particolari casi – leggi di revisione costituzionale, ad esempio –, e secondo rigide modalità stabilite dalla Costituzione – dunque, non è più l’organo legislativo.

La revisione costituzionale riduce, inoltre, il numero di senatori: da trecentoquindici a novantacinque – o cento, stando all’ultimo emendamento –, tutti scelti tra i sindaci e i consiglieri delle singole regioni dagli stessi consigli regionali e non più dai cittadini. La durata in carica dei senatori coincide con la durata della funzione regionale svolta, mentre ai deputati è confermata la durata in carica di cinque anni.
Novità ci sono anche per i senatori a vita eletti dal Presidente della Repubblica. La revisione costituzionale vincola tale carica alla durata del mandato presidenziale: sette anni, e senza possibilità di rielezione.

Nel disegno di revisione costituzionale l’indennità parlamentare è corrisposta ai soli deputati. L’indennità prevista dalla nostra Costituzione è una somma di denaro indirizzata ai membri del Parlamento per permettere loro di svolgere la funzione parlamentare anche se non godono di una situazione economica agiata. La modifica dovrebbe quindi favorire una certa riduzione della spesa pubblica, ma non si può fare a meno di notare che l’indennità è salva per la Camera che non ha subito riduzioni di tipo numerico – i deputati sono e restano seicentotrenta.

Cambiamenti interessanti riguardano anche l’iniziativa legislativa popolare: non più cinquantamila firme per presentare un progetto di legge, ma ben centocinquantamila – ancor più complesso, quindi, l’intervento del popolo nel meccanismo legislativo. La revisione costituzionale prevede, ad ogni modo, l’introduzione di referendum propositivi e di indirizzo, mentre il quorum da raggiungere per la validità del referendum abrogativo, se richiesto da almeno ottocentomila elettori, è la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera in luogo della maggioranza degli aventi diritto al voto.

Passando alla revisione del titolo V della Costituzione, le modifiche sono varie, ma quelle che immediatamente catturano l’attenzione sono la soppressione delle Province quali enti dotati di amministrazione propria e la ridistribuzione delle competenze tra Stato e Regioni.
Nel testo novellato, la dicitura “Province” del Titolo V è sostituita da “Città metropolitane” ed è abolita la competenza concorrente, in base alla quale Regione e Stato possono agire su materie comuni. La revisione costituzionale prevede difatti l’introduzione della competenza esclusiva statale e della competenza regionale, così da differenziare in maniera netta il raggio d’azione dei due organi.
Lo Stato ha comunque la possibilità di intervenire, grazie a una “clausola di supremazia” e su iniziativa del Governo, in materie non facenti parte della competenza esclusiva qualora vi sia in gioco l’interesse giuridico o economico della Nazione; allo stesso modo, può autorizzare le singole Regioni a intervenire in materie di competenza esclusiva statale. L’autonomia finanziaria degli enti territoriali è sottoposta alle norme Costituzionali e dello Stato, allo scopo di garantire trasparenza, equità e bilancio.

Quanto appena descritto è una sintesi di quelle che sono le modifiche costituzionali ora discusse in Parlamento. Tali modifiche, se dovessero essere attuate in toto o in parte, muterebbero l’ordinamento e il gioco politico del nostro Stato, traghettandoci di fatto verso un’Italia nuova che, sulla carta, avrebbe il pregio di ridistribuire le competenze di enti e politici in modo da ottimizzare le prestazioni delle amministrazioni e dare uno scossone allo spreco di denaro pubblico.

-Revisione costituzionale: un’Italia nuova?-

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