Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Il ritorno della lupara bianca tra sangue e mistero

Un’automobile parcheggiata, crivellata di colpi; tracce di sangue sul selciato tra le quali si scorgono le chiavi dell’auto, una Panda bianca.

Questa la scena che si presenta agli occhi degli agenti sabato 3 ottobre, in Via Alfonso D’Avalos, nel quartiere Arenaccia, a qualche centinaio di metri dalla Stazione centrale.
Presumibilmente all’interno dell’auto si troverà un cadavere, vittima di un agguato o di una rapina, al quale si darà un nome e si procederà con le solite indagini.
Tutto troppo semplice.
Spalancato lo sportello della Panda si susseguono scoperte macabre, raccapriccianti: sangue sulla tappezzeria, materia cerebrale sul sediolino e un paio di occhiali appoggiati sul volante: nessun corpo, nessun cadavere. Niente che suggerisca se la persona sia stata uccisa o semplicemente ferita. Gli ospedali della città non hanno ricevuto nessun ferito compatibile con la dinamica.

La Lupara Bianca è tornata

Il lavoro degli agenti risulta arduo sin dall’inizio: in assenza di prove, il primo passo da compiere è quello di risalire al proprietario dell’auto e prelevare le tracce ematiche, cercando di stabilire a chi appartengano. L’intestatario della vettura è un sessantottenne che sostiene di aver prestato l’auto al fratello Michele ed i risultati delle analisi rafforzano la sua tesi: quel sangue appartiene a Michele Di Biase, cinquantasettenne al servizio del clan Mallardo, operante a Giugliano soprattutto nel campo degli stupefacenti.
Il quadro inizia così a delinearsi.
La zona dell’Arenaccia è nelle mani del clan Contini, storicamente legato da un patto di sangue con il clan Licciardi di Secondigliano e il clan Mallardo sin dagli anni Ottanta: la cosiddetta Alleanza di Secondigliano. Probabilmente Michele, detto Paparella, avrà commesso uno sgarro nei confronti dell’alleanza e sarà stato punito con la morte o con profonde ferite. Già, perché a tutt’oggi del corpo non si ha nessuna traccia.
Alla luce dei fatti, gli inquirenti stanno portando avanti l’ipotesi di lupara bianca, una tecnica punitiva silenziosa, tipica degli ambienti criminali, che consiste nell’uccidere il prescelto e occultarne il cadavere. L’espressione si rifà ad un tipo di fucile, appunto la lupara, usato nella caccia ai lupi, modificato artigianalmente da un tornitore di fiducia che ne lavora con cura canne e manico per renderlo il più simile possibile ad una pistola, i cui colpi uccidono la preda in pochi secondi.
È la più atroce delle pratiche: la vittima d’improvviso non esiste più, la famiglia non ha una tomba sulla quale andare a piangere. Perché probabilmente il corpo sarà stato murato in qualche costruzione edile. Sarà stato gettato in mare con un peso al braccio. O sarà stato sciolto nell’acido. Questo ci insegnano le deposizioni dei pentiti di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nel 2010 grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Pitrollo si riuscì a far luce sulla vicenda del boss di Cosa Nostra Giuseppe Mililli, scomparso nel nulla nel 1998: la sua sorte fu affidata ad un fusto di gasolio che, prendendo fuoco, lo bruciò vivo. Nel 2011 la testimonianza di un ex affiliato all’ ‘ndrangheta, Antonino Belnome, svelò il mistero intorno alla sparizione di un altro affiliato, Rocco Stagno, ucciso e dato in pasto ai maiali due anni prima, in Lombardia.
Nel napoletano i clan della camorra non sono stati da meno: il pentito Pasquale Galasso ha rivelato che negli anni Ottanta creò un vero e proprio cimitero tra Nola e Poggiomarino dove scaricava i nemici ammazzati e li lasciava mangiare dai ratti; i Casalesi sotterravano le vittime nelle remote campagne di Lago Patria e Castelvolturno; i Nuvoletta di Marano erano, invece, soliti strangolare le vittime e calarle in un grande bidone stracolmo di acido muriatico.
Negli anni Novanta fu proprio l’alleanza di Secondigliano, nella guerra intrapresa contro il clan Sarno di Miano, a far scomparire decine e decine di persone, ben cinque in un solo colpo, delle quali ancora oggi non si sa nulla. E la stessa spietatezza di qualche decennio fa potrebbe aver messo la firma anche sulla vicenda di Michele Di Biase, macchiandola di lupara bianca.
Negli ultimi mesi la camorra a Napoli ha fatto rumore, troppo rumore. Meglio agire nel silenzio, indisturbati. Meglio evitare feroci delitti tra la gente e folle di parenti sul luogo. Meglio evitare di uscire sui giornali: chi uccide non ama sentirsi al centro dell’attenzione mediatica.
Tanto cosa importa se un bambino, passando per Via Alfonso D’Avalos quel giorno, abbia visto quel sangue per strada; cosa importa se la gente per bene tremi all’idea che nella propria città succedano cose simili; cosa importa se un traditore sia stato ammazzato, in fondo se lo meritava. Così impara.
Basta che tutto ritorni come prima, in ordine, al più presto. In fondo il morto non c’è. Non ci sarà nemmeno un colpevole.
Ora si è in attesa di sapere dove sia Michele Di Biase. O forse no, Napoli non ci tiene tanto a saperlo.

Il ritorno della lupara bianca tra sangue e mistero