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Eroica Fenice

Concorso

Roma e il concorso per i non obiettori

Il Bollettino della Regione Lazio riporta un concorso che riapre il secolare dibattito tra gruppi anti-aborto, i cosiddetti Pro-life e gruppi di medici Pro-choice, per il diritto all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza). L’ospedale San Camillo di Roma ha infatti indetto un esame che prevede l’assunzione di due dirigenti di Ostetricia e Ginecologia pronti ad applicare la legge 194 del ventidue maggio 1978 sul diritto all’interruzione della gravidanza.

D’altronde, la duplice sentenza del Comitato Europeo sui diritti sociali (una nel 2014, l’altra lo scorso undici aprile) parla chiaro: l’Italia è inadempiente. Le percentuali non corrono di certo in nostro favore: secondo i dati del Ministero della Salute, il 70 % dei medici, su scala nazionale, sono obiettori di coscienza. Hanno, cioè, rifiutato di ottemperare ad un dovere, sia quello del servizio militare che della sperimentazione animale che, in questo caso,quello di assistenza durante l’aborto indotto, imposto dall’ordinamento giuridico, in quanto contrasta con le proprie convinzioni etiche, morali o religiose. La situazione raggiunge l’apice al Sud, dove i 90 % dei ginecologi ospedalieri si professano pro-life. Numeri che rendono difficile, addirittura impossibile in certe aree d’Italia, l’interruzione volontaria di gravidanza regolata, appunto, dalla legge n. 194 del 1978 ed approvata da due referendum popolari.  Per Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio, il concorso e la successiva assunzione di specialisti non obiettori aiuterebbe a «contrastare la piaga dell’aborto clandestino» ma la dialettica è sicuramente più complessa ed investe aspetti intrinsechi della legge. L’aborto indotto è da sempre la fonte di notevoli dibattiti, polemiche ed arrivismo. Da un lato il feto viene considerato a tutti gli effetti un essere umano e, di conseguenza, l’IVG viene vista come un omicidio volontario; dall’altro lato, ogni donna deve difendere e vedere riconosciuti i propri diritti riproduttivi. Sono proprio  i diritti della persona, più nello specifico delle donne, a fare da perno in un’Italia che è stata definita inerte di fronte al femminicidio che attua calpestando il bilanciamento dei diritti fondamentali, come nelle Marche, ad esempio, dove persiste la più alta percentuale di medici obiettori di coscienza. Stando sempre alle parole di Zingaretti, interrompere una gravidanza « è un evento difficile per qualsiasi donna e le istituzioni hanno il dovere di garantire la giusta assistenza».

Il concorso e la religione

A sostenere un altro articolo fondamentale, quello che sancisce il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza (legge n. 230/1998), è la Chiesa, da sempre ostile all’aborto volontario e ad ogni tipo di contraccezione, Emblematico è il caso di due farmacisti francesi, Picton e Sajous, i quali si rifiutarono di vendere la pillola contraccettiva per motivi religiosi. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo escluse che le convinzioni religiose potessero prevalere fino ad imporsi su terzi, in un contesto in cui il rifiuto di vendere contraccettivi di emergenza, reperibili solo in farmacia e dietro prescrizione medica, impediva, di fatto, l’accesso a tali medicinali. La richiesta dei due farmacisti fu dichiarata manifestamente infondata.  Anche Papa Benedetto XVI aveva spronato i farmacisti ad esercitare l’obiezione di coscienza sulle vendite dei metodi contraccettivi disattendendo, in questo modo, proprio al diritto alla salute delle donne e al principio di non discriminazione, violando persino il diritto al lavoro e quello di dignità sul lavoro dei medici non obiettori; queste le cause principali che hanno spinto la Corte a richiamare l’Italia per ben due anni, stabilendo, inoltre, l’incapacità delle Regioni di controllare tale organizzazione, anche ricorrendo alla mobilità del personale, come richiede espressamente l’articolo 9 della legge n. 194.

Pericolo di obiezione

Una decisione, quella dell’ospedale San Camillo, ben ponderata ed attuata da dirigenti lungimiranti ed attenti alle situazioni sempre più presenti di gravidanze indesiderate ed aborti autoindotti, clandestini o fuori porta. Frequenti, d’altro canto, sono le mozioni presentate alla Camera per chiedere di garantire la piena fruizione del diritto di obiezione di coscienza, in polemica con altre che denunciano, giustamente, il disservizio delle strutture, constatato quotidianamente. Recente l’episodio di Bari, satura di medici obiettori che si sono rifiutati di soccorrere una donna con una forte emorragia interna, causata da un aborto clandestino. Secondo la legge il medico può esercitare l’obiezione in qualsiasi momento ma nel caso in cui partecipi attivamente ad una procedura di IVG (anche soltanto consigliando dove eseguirla) lo stato di obiettore decade irrevocabilmente, comportando l’impossibilità per il medico di esercitare nuovamente l’obiezione. Ciò che non tutti sanno o meglio, ciò che tutti dovrebbero apprendere è che la stessa legge non esonera il  medico dall’intervenire durante l’intero procedimento. Lo specialista, infatti, non può invocare l’obiezione qualora l’intervento sia indispensabile per salvare la vita della donna in un imminente pericolo. In caso di massiccia adesione all’obiezione di coscienza, la cittadinanza ivi residente può ritrovarsi in difficoltà per l’erogazione di talune prestazioni, come nel caso, già citato, di Bari. E’, quindi, responsabilità dello Stato far sì che il diritto all’obiezione di coscienza non si traduca nella soppressione di altri diritti di pari dignità, come il diritto alla salute fisica e psichica della donna. E’ in questa direzione che si è spinta la Regione Lazio, attraverso il reclutamento selettivo di medici non obiettori. Un piccolo passo che potrebbe portare, almeno potenzialmente, all’applicazione effettiva ma, soprattutto, alla conoscenza collettiva della legge 194.