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Eroica Fenice

Roman Horoberts e i corpi del reato: il suicidio nelle carceri

Roman Horoberts e i corpi del reato: il suicidio nelle carceri

Il corpo di Roman Horoberts è stato ritrovato da un secondino lo scorso 17 luglio nel carcere di Ferrara: suicidio. Roman aveva trent’anni, si trovava in prigione da meno di 24 ore e si era impiccato alle sbarre della cella con i suoi stessi jeans.

Durante la mattinata di domenica 16 luglio, in preda ad uno scatto d’ira, aveva preso a pugni una macchina distributrice di caffè in una palestra del ferrarese.

Tanto è bastato per allertare le forze dell’ordine che, giunte sul luogo, hanno arrestato il giovane per i reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate.

Il caso di Roman Horoberts: la rabbia, l’arresto, il suicidio.

Come hanno sostenuto esperti dell’ambito giuridico, secondo la legge italiana per uno scatto d’ira non sussistono gli estremi per un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). L’intervento delle forze dell’ordine sarebbe stato lecito ad una condizione: che, come la legge italiana prevede in tal caso, si sarebbe perlomeno dovuta assicurare al detenuto l’assistenza psicologica necessaria.

Il caso di Roman Horoberts è singolare, ma non è un caso isolato. L’anatomia di uno scatto d’ira esula dalla definizione molto più estesa di pazzia. La presunta imprevedibilità del pazzo lo ha fatto per secoli percepire come pericoloso per sé e per gli altri (definizione ancora presente nella legislazione di quasi tutti i paesi, fuorchè l’italia, per giustificare trattamenti coatti a suo carico) e dunque destinatario di provvedimenti allo stesso tempo di cura e custodia.  A patto però che sia dimostrato clinicamente il disturbo psicologico che affligge il soggetto in questione: cosa che nel caso di Horoberts non è accaduta.

La stessa rabbia di Horoberts è stata commissariata. Sui pochi giornali locali che hanno parlato della sua morte è stato costantemente apostrofato come “lo straniero”, poiché Roman aveva origini ucraine: che l’ossessione securitaria notamente e abilmente coltivata in tutte le democrazie occidentali, abbia giocato il suo ruolo?  Che ancora un volta la paura sia servita a mascherare le crescenti insicurezze reali dovute alla perdita di coesione sociale, alle inesistenti prospettive di futuro per intere generazioni, alla erosione di reddito, lavoro, diritti?

Sappiamo per certo che nell’attesa di conoscere una pena che si è tradotta in suicidio, il suo stesso corpo è diventato corpo del reato.

Morti, ammazzati di carcere. Il suicidio nelle carceri italiane.

Il 18 luglio, il giorno seguente il suicidio di Roman a Ferrara, nella Casa Circondariale di Avellino anche Luigi Della Valle, 43 anni, ristretto per il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, si è impiccato nella propria cella.

I suicidi in carcere non fanno notizia. Forse perchè, sebbene siano 20 volte più frequenti rispetto al complesso della società italiana, sono normalizzati e giustificati dalla “inevitabile sofferenza” della detenzione. Anche tra il Personale di Polizia Penitenziaria la frequenza dei suicidi è 3 volte superiore alla norma: negli ultimi 10 anni quasi 100 poliziotti si sono uccisi.

Eppure, ogni anno gli agenti ed i compagni di cella salvano oltre 1.000 persone da morte certa, quasi sempre per impiccagione.

Senza questi interventi provvidenziali, le carceri italiane, “specchio della civiltà del Paese”, sprofonderebbero ancora di più.

Dall’inizio del 2017 le vittime n(d)elle prigioni in Italia sono state 61, la metà delle quali morte per suicidio. Cinque suicidi al mese, più di uno a settimana.

Il problema non è giudiziario, ma storico. È allora doveroso restituire l’identità a queste persone mostrificate da chi grida al linciaggio. Restituire una vita, una biografia, a queste morti.

Suicidio, suicidi. Cronaca di morti annunciate.

Come Roman Horoberts anche Vehbija Hrustic aveva 30 anni e non doveva trovarsi in carcere. Si è impiccato, piegato in due dal dolore, dopo essere stato informato della morte di sua figlia, Jana, di poco più di un anno. Vehbija, incensurato, era in prigione da un anno in attesa di giudizio. Dopo avergli comunicato l’orribile notizia, nessuno si è permurato che seguisse un percorso psicologico finalizzato ad affrontare un simile lutto.

O Sasha Z., arrestato per furto, che l’ha fatta finita il 3 maggio scorso a soli 33 anni.

Mentre un ragazzo bengalese di 19 anni ha deciso di uccidersi a Gennaio, a Velletri.

Anche Giuseppe De Gioannis è stato trovato senza vita a maggio scorso; il quarantunenne si era impiccato nella sua cella a Cagliari.

Carmelo Mortari, di 58 anni, è stato ritrovato in una pozza di sangue in una cella di Rebibbia. Si è tagliato la gola e ha aspettato di morire dissanguato.

E Piero Nolasco, che pendeva con una corda al collo nella sua cella all’età di 26 anni, a Siracusa.

Giovanni Cherchi, è morto suicida nel carcere di Bancali, a Sassari, dopo una settimana di detenzione.

Anche Valerio Guerrieri aveva problemi psicologici: una personalità borderline. Era stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. Anche lui, come Roman, era incline al suicidio. Anche lui, come Roman, si è fabbricato un cappio e si è tolto la vita. Aveva 22 anni.

E poi c’è chi, come Andrea Cesar, 36 anni, soffriva di disturbi che, con tutta probabilità, erano aggravati dalle condizioni carcerarie. Andrea era seguito dagli psicologi e si è ucciso con un massiccio cocktail di psicofarmaci.

Buttare la chiave: o della legittimazione della repressione.

Si parla sempre poco del carcere e, soprattutto, se ne parla male. È un’istituzione oscura per il «buon» senso comune, che si esprime con un linguaggio che si ripete uguale a se stesso e, cosi’ facendo, produce una realtà perennemente immutata.

«Buttare la chiave», «vitto e alloggio pagati» sono espressioni continuamente ripetute da una società che vuole un carcere doloroso, terrifico e punitivo quando, invece, semplicemente, ne ignora gli spazi, i meccanismi, i corpi, le relazioni. E, cosi’ facendo, restituisce al potere la possibilità che esso si eserciti strategicamente, anche senza una classe dominante che lo possieda. Esso cosi’ investe la società e, attraverso essa, si impone.

In questo modo la prigione resta il luogo dell’altro da sé, il luogo che si pensa destinato a chi non si potrà mai essere.

È essenziale, per ripensare il carcere, fare i conti con queste biografie e passare oltre. Oltre la storia, attraverso le storie, nomi che hanno beffato la giustizia ricoprendola di sangue e amaro dolore.

Avere parole nuove, parole per narrare la loro morte e, soprattutto, la loro vita. Un linguaggio che non legittimi più tutto un apparato giudiziario-poliziesco repressivo che mantiene immobili quelle storie, riproducendo cosi’ com’è questa società, le sue classi, le sue pene.

Accade che quelle biografie devono essere fermate, arrestate.

Immobilizzate nel presente di una società che le rifiuta e si immobilizza a sua volta, si arresta, restando uguale a se stessa. Riproducendo, in questo modo, al suo interno le dinamiche della repressione che si pongono in essere nel meccanismo carcerario: arrestare la storia, impedire il cambiamento, riprodurre l’esistente.