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Salesiani

Salesiani: intervista a Don Carbone – parte 2

La seconda parte dell’intervista a Don Antonio Carbone dei Salesiani (www.donboscoitalia.it) di Torre Annunziata, impegnato in numerose attività sociali sul territorio.

Ci sono stati dei casi di “conversione” quasi assoluta?

Si, ci sono stati. In particolare mi vengono in mente due ragazzi, che appartenevano a delle famiglie fortemente disagiate. Gennaro, che apparteneva al clan dei Giuliano di Forcella, è stato in casa famiglia con noi e, facendo un corso di pizzeria, ha avuto l’opportunità di andare a lavorare a Milano. Un altro ragazzo, Nando, la cui storia è stata raccontata anche dalla Rai, è stato con noi in casa famiglia e poi è ritornato a Secondigliano. Stava per andare a compiere una rapina con un amico ma, mentre prendeva la pistola dall’armadio, cadde a terra un quadretto di don Bosco. Nando ricordò il percorso fatto in casa famiglia e la serenità dei mesi in cui era stato con noi. Allora prese ugualmente la pistola, andò in campagna e la gettò lì. Da quel giorno ha cambiato vita. Adesso lavora e si è lasciato alle spalle il suo passato.

Le famiglie dei ragazzi cercano di mettersi in contatto con loro?

Alcune si mettono in contatto con loro e vengono a trovarli in casa famiglia. Alcuni ragazzi vanno la domenica a casa, altri rientrano anche più di qualche giorno, quando le situazioni familiari migliorano. Dipende molto dalle singole situazioni. La situazione che colpisce di più è quella degli orfani e dei minori stranieri che non hanno nessuno: per quanto bene gli si possa volere nella struttura, la famiglia non è sostituibile.

I minori stranieri possono essere adottati?

Teoricamente potrebbero essere messi in stato di adozione ma quando arrivano in Italia, di solito si fa in modo che abbiano i documenti come rifugiati politici e poi la cittadinanza. In seguito vanno verso il Nord. Inoltre come Salesiani facciamo un discorso più ampio dello Stato: quando finiscono le tutele giuridiche (al compimento dei 18 anni) noi li aiutiamo e diamo loro un tetto finché non riescono a diventare autonomi trovando un lavoro o riunendosi a qualche connazionale.

Secondo voi cosa si può fare per migliorare la situazione sociale di Torre Annunziata e del territorio napoletano?

Le cose di cui più c’è bisogno sono l’educazione al lavoro e il lavoro. Soprattutto educazione al lavoro: c’è chi non ha mai lavorato, arrangiandosi sempre tra sussidi, cassa integrazione e contrabbando di sigarette poiché non è mai stata fatta una politica del lavoro seria. Molte imprese hanno preso i contributi nazionali per il lavoro e poi hanno chiuso. Un altro dei problemi più gravi del nostro territorio è la forte dispersione scolastica.

Cosa porta poi a cambiare quando si cresce in un contesto del genere?

Il confronto con gli altri. Infatti il problema maggiore è che molti restano ghettizzati nelle situazioni di partenza. Ne puoi uscire quando vedi che c’è qualcosa di diverso. Per questo molti ragazzi migliorano nettamente se tolti dal proprio contesto e messi in casa famiglia: vedono e provano qualcosa di diverso. Certo, bisogna far capire ad ognuno di loro che tornare stanco dal lavare i piatti alle due di notte è pesante ma poi si può andare a dormire sereni, certi che non verranno i carabinieri a bussare alla porta per arrestarti.

Che intende per educazione al lavoro?

Sia percorsi scolastici attenti che abbiano degli sbocchi concreti e poi anche la possibilità da parte dei giovani di fare stage formativi presso fabbriche e industrie e nel settore del sociale. Cioè adottare una prospettiva culturale con cui si capisca cos’è che ha valore. Educazione al lavoro vuol dire anche educarsi al sacrificio poiché il lavoro è anche e soprattutto sacrificio. Ad esempio un nostro ragazzo del Ghana lavora 5 ore a sera per 15 euro; se avesse “spacciato” avrebbe guadagnato 200/300 euro al giorno. Educazione al lavoro vuol dire creare un contesto sociale e culturale che promuova l’impegno e lo sforzo del ragazzo.

Per concludere, le idee della Chiesa possono essere definite “di sinistra”?

Certamente la Chiesa ha molti punti in comune con la sinistra: la dignità della persona, il lavoro, il riscatto degli oppressi ma niente in comune con le frange estremiste. Nel Cristianesimo al centro c’è l’uomo, in una cultura estrema di sinistra al centro c’è lo Stato. Per la Chiesa la finalità è la persona libera, mentre alcuni estremismi hanno messo tutto in funzione dello Stato e lì non è più libertà, è una dittatura: gli estremismi sono sempre pericolosi. La Chiesa sta dalla parte dell’essere umano, dell’uomo e non è collegata ad uno schieramento politico in particolare, anche se fa politica, nel senso nobile del termine, poiché cerca di portare avanti alcune attenzioni verso la dignità della persona e della famiglia. La Chiesa trova tanti amici ma anche molti nemici a destra e a sinistra.

-Salesiani: intervista a Don Carbone – parte 2-

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