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Eroica Fenice

San Gennaro, il patrono di Napoli

Il 19 Settembre nel 305 d.C. moriva San Gennaro, vittima delle persecuzioni di Diocleziano e martire per la chiesa Cattolica.

Da anni, è patrono del capoluogo campano e simbolo della comunità napoletana. Dal 1497 le sue spoglie sono conservate nel Duomo di Napoli, meta di turismo religioso e non religioso, che ogni anno attrae persone da tutto il mondo.

Simbolo di speranza, San Gennaro non è solo il santo protettore di Napoli ma anche di altre città campane come Torre del Greco, Praiano, ma anche al di fuori dalla Campania come Folignano, provincia marchigiana.

Ma chi è San Gennaro e perché vi si è così fedeli e devoti?

In alcuni atti- tra cui quello vaticano- e in altre fonti leggiamo che San Gennaro nacque probabilmente a Benevento nel 272 d.C di cui fu anche vescovo. Si dice che il suo vero nome sia stato Procolo e che l’appellativo Gennaro sia il risultato delle influenze linguistiche di una parola che originariamente era “Ianuarius” che potrebbe essere ricondotto o alla “gens Ianuaria” cioè ad una famiglia della nobiltà romana dedita, in epoca pagana, al culto del dio Giano; o alla sua nascita nel mese di gennaio (“Ianuarius” per i latini).

Nel 305 si recò a Pozzuoli insieme al diacono Festo e al lettore Desiderio per una visita pastorale. Alla notizia, il diacono di Miseno, Sossio si diresse nel luogo prescelto dal vescovo beneventano per assistere alla visita, ma purtroppo fu fermato dalle guardie romane e catturato perché cristiano.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, San Gennaro e i suoi compagni di viaggio si recarono presso il luogo dove tenevano imprigionato Sossio per intercedere sulla sua liberazione, ma la situazione gli si ritorse contro e anche loro tre furono arrestati e condannati.

Ed è qui che iniziarono a compiersi i primi prodigi del futuro santo protettore di Napoli.

Furono condannati ad essere gettati in pasto alle belve feroci nell’anfiteatro puteolano ma, quando nell’arena gli animali videro il volto di Gennaro, si rabbonirono improvvisamente e non attaccarono nessuno di loro. Fu così deciso che il vescovo venisse bruciato vivo in una fornace, ma anche questa volta si compì il prodigio: egli non perì fra le fiamme, ma ne uscì illeso.

La terza condanna, senza prodigi, per lui fu fatale e consistette nella decapitazione. La sua salma fu portata nell’odierna Fuorigrotta e poi nella natia Benevento. Una donna, com’era usanza tra i cristiani, raccolse delle gocce del suo sangue che rivelarono un altro grande prodigio compiuto dal vescovo: la liquefazione.

La prima testimonianza scritta della liquefazione del sangue di San Gennaro risale, come riporta il “Chronica Siculum”, al 17 Agosto 1389

Le ampolle in cui è raccolto il sangue vengono mostrate ai fedeli dall’arcivescovo in tre ricorrenze: la seconda domenica di maggio, il 19 Settembre e il 16 Dicembre. La liquefazione del contenuto dell’ampolla viene considerata di buon auspicio per la città di Napoli e i suoi abitanti, mentre il mancato scioglimento del sangue è segno di sciagure.

Come riportano documenti e atti storici, in molteplici occasioni il santo ha aiutato Napoli a uscire da situazioni disastrose, o a evitarle, sia di tipo naturale che di tipo diplomatico.

Si dice che abbia salvato Napoli dall’eruzione del Vesuvio, che abbia posto fine a terremoti e alluvioni e che addirittura sia stato simbolo di pace tra popoli durante le guerre. Il santo patrono di Napoli, anche  detto “Faccia ‘ngialluta” è simbolo non solo di credenze di matrice religiosa, ma anche popolari, che hanno radici nelle tradizioni pagane.

È il santo a cui il popolo si rivolge, che venera, applaude e a cui riconosce molti prodigi.

La celebrazione del sangue liquefatto è un evento solenne per la nostra città, punto d’incontro tra fedeli e non fedeli, motivo di grande festa tra i vicoli del quartieri del centro storico, gioia negli occhi degli abitanti e stupore in quelli dei passanti.

E come ogni anno i napoletani sperano nella liquefazione del sangue di San Gennaro, segno di benevolenza del santo verso i cittadini che si appellano a lui esattamente come Massimo Troisi:

Naomi Mangiapia

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