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Eroica Fenice

Scuole aperte d'estate, si parte da Napoli

Scuole aperte d’estate, si parte da Napoli

Scuole aperte d’estate. Questa è la proposta del ministro Giannini, pensata per eliminare, o quanto meno arginare, il problema della dispersione scolastica, che in alcune aree metropolitane tocca soglie particolarmente elevate. Basti pensare che a Napoli, città pilota del progetto, circa il 30% abbandona la scuola prima di raggiungere la maggiore età. La proposta “Scuole aperte” rientra nel progetto Scuole al centro che la Giannini ha presentato al G7 di Tokyo; nelle intenzioni del ministro, dovrebbe coinvolgere varie scuole medie e superiori, dove i ragazzi non andranno per studiare ma, in virtù dell’autonomia scolastica promossa dalla legge 107/2015, avranno la possibilità di partecipare a progetti diversi, legati ad attività ludiche, culturali, sociali e ricreative: ogni scuola, dunque, potrà presentare dei progetti e chiedere finanziamenti per poterli attuare.

Scuole aperte: presupposti e intenti

Oltre Napoli,  cui sarà destinata la fetta più grande dei fondi messi a disposizione, altre città coinvolte nell’iniziativa saranno: Milano, Palermo e Roma, luoghi in cui esistono realtà particolarmente difficili da gestire. Il ministro Giannini sottolinea, infatti, che lo scopo del progetto è soprattutto quello di allontanare i giovani dalle situazioni a rischio, tanto in casa quanto fuori, e fornire loro un luogo sicuro in cui crescere che sia una valida alternativa alla realtà familiare spesso disastrosa.

Sulla carta, dunque, un ottimo progetto, con buoni presupposti e ancora migliori intenzioni: ci si chiede, però, se sia un progetto altrettanto valido nella messa in pratica. La polemica impazza su internet, sui social, per le strade: l’Italia è spaccata a metà tra i tanti che, soprattutto genitori, vedono una possibilità positiva nel progetto e gli altri, per lo più docenti, preoccupati per l’effettiva realizzazione e utilità dell’apertura straordinaria degli edifici scolastici.

Scuole aperte in estate: è davvero una risposta?

Questa è la domanda che molti, soprattutto tra docenti, hanno iniziato a porsi. Guardando ai fatti, si notano una serie di difficoltà affinché “scuole aperte” possa rivelarsi un progetto davvero vincente. In primo luogo è evidente che la maggior parte delle scuole che si vuole coinvolgere nell’iniziativa, situate in aree difficili, presentano evidenti carenze delle infrastrutture e del personale docente: scuole fatiscenti, spesso prive di palestre, di aree verdi, di laboratori, di auditorium; si aggiunga a questo il numero degli insegnanti in organico, spesso insufficiente. Così come è adesso, la scuola non ha i mezzi per funzionare come dovrebbe. Mettiamo il caso che questi istituti ottengano i fondi necessari per avviare dei progetti: cosa accadrebbe se questi non potessero essere sviluppati perché la scuola non ha spazi, attrezzature e personale da mettere a disposizione? E se in queste scuole, per esempio, mancassero beni di prima necessità come lavagne, gessi, talvolta persino riscaldamenti, non sarebbe meglio mettere a loro disposizione dei soldi per poter rendere vivibile la struttura per tutto l’anno piuttosto che usarli per progetti dalla durata di uno o due mesi?  

In secondo luogo, Scuole al Centro tralascia un aspetto fondamentale della scuola stessa: il suo scopo primario è di formare giovani menti, fornire loro non soltanto delle conoscenze pratiche, ma soprattutto un bagaglio culturale più ampio e una maggiore flessibilità di pensiero, insomma un modus vivendi che sicuramente li aiuterà a districarsi nelle situazioni della vita. Il progetto della Giannini, per quanto possa essere lodevole, prevede una serie di attività che, sebbene importanti, sono assolutamente secondarie nella formazione dell’uomo e del cittadino. Senza contare che esistono anche altri luoghi in cui i ragazzi possono dedicarsi a questo genere di attività, come i campi estivi, le parrocchie, le associazioni culturali no profit e altri ancora.

Eppure, molti genitori sono entusiasti all’idea di non dover pagare baby sitter o campi estivi mentre loro sono al lavoro: possono tranquillamente “parcheggiare” i bambini a scuola. Su internet, infatti, sono moltissimi i genitori che appoggiano la proposta, contenti di non doversi preoccupare di lasciare soli i propri figli; tuttavia, è importante che la scuola riprenda il suo ruolo originario; la dispersione scolastica non si combatte trasformandolo le scuole in aree dove parcheggiare i ragazzi (che tra l’altro preferirebbero di gran lunga essere in altri luoghi). Invece di avere scuole aperte d’estate, bisognerebbe curare le scuole quando sono realmente attive: eliminare le classi-pollaio, badare all’edilizia scolastica, investire nella formazione dei docenti (non attraverso percorsi truffa come quelli TFA e PAS o il concorso scuola che si sta tenendo in questi giorni), riformulare il curricolo delle scuole e, soprattutto, curare realmente lo spirito critico dei discenti, invogliarli a far fiorire davvero la loro cultura durante i mesi invernali, lasciando che si vivano la loro estate con animo nuovo.