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Eroica Fenice

Storia di Fabio, un operaio

Sono Fabio e faccio l’operaio. Ma, a ben pensarci, il mio nome non è importante. Potrei essere Maria, Mohammed o Anthony, perché nella mia situazione potrebbe trovarsi un qualunque lavoratore di un qualunque luogo del mondo, un individuo di qualsiasi razza e di qualunque sesso. Lavoro a tempo indeterminato presso una società che tra qualche mese fallirà e con lei, andranno in fumo i miei sogni, le mie certezze economiche e tutto quello che avevo sperato di poter costruire con il mio stipendio per me e la mia famiglia. Quel contratto a tempo indeterminato che avevo sottoscritto anni fa sentendomi un miracolato, verrà meno proprio nella sua natura sostanziale e la mia vita si trasformerà in un limbo nel quale attendere di sapere se il mio futuro lavorativo consisterà nel licenziamento o nel ricollocamento presso la casa madre dell’azienda, situata in una città lontana.

Nell’attesa che i vertici della società e i sindacalisti trovino un accordo e che, soprattutto, ce lo comunichino quanto prima, passo le notti sveglio a vagliare quelle due maledette ipotesi con quel briciolo di lucidità che mi è rimasta.

Se verrò riassorbito, dovrò trasferirmi con la mia famiglia in una città che pensavo addirittura si trovasse in una regione diversa da quella nella quale realmente è situata. Avevo acceso un mutuo pensando che quella in cui vivo sarebbe stata la casa nella quale sarei invecchiato. Mia moglie ha avviato la sua professione qui e i miei bambini crescono sereni, circondate dall’affetto di parenti ed amici. Ma sono stato educato al sacrificio, quindi accetterò di partire pur di assicurare stabilità economica alla mia famiglia. Seppur con lo strazio nel cuore, dovrò dire ai miei figli che andremo via, che i nonni e i cuginetti non li vedranno più così spesso, che dovranno cambiare scuola, abitudini e amici perchè papà ha trovato un nuovo lavoro.

Se invece sarò licenziato, il mio mondo crollerà. Io, orgoglioso uomo del sud, non sarò più in grado di mantenere la mia famiglia così come avevo prospettato. Non posso e non voglio che mia moglie si faccia carico anche di me. Chi mi assumerà più alla soglia dei 40 anni? Dovrò andare avanti a lavorare a nero come tanti o collezionare contrattini dai nomi impronunciabili e dalle garanzie ridotte ai minimi termini?

Mia moglie mi sostiene quotidianamente col suo amore e, senza di lei, non saprei dove sbattere la testa.

Il nostro sindacalista dice o bere o affogare.

A me viene in mente solo quell’antico slogan un po’ triviale ma efficace che negli anni ‘70 urlavano gli operai durante i loro cortei, anche se per motivazioni diverse dalle mie. A dispetto di chi parla di futuro e innovazione e in barba a tutti quei “capi” che barattano il proprio tornaconto economico con la pelle dei loro dipendenti, sembra sempre che l’ultimo gradino della scala economica della quale faccio parte sia quello più fragile, destinato ineluttabilmente a soccombere nonostante la storia vada avanti.

Se mi trovo in questa situazione, però, non è per colpa della crisi. Se fosse stato così, l’avrei accettato con laconica rassegnazione in nome di questo “mal comune” che attanaglia tutti da svariati anni. La verità è che io, per colpa di speculazioni economiche attuale oltre la soglia della legalità o di giochini societari fatti di scatole cinesi, sono in bilico. Vivo sospeso. Campo in apnea, in attesa di comprendere se la strada della mia vita virerà verso l’inferno della disoccupazione o verso il compimento inevitabile di un sacrificio impensato. Qualsiasi sarà l’esito di questa vicenda, ho imparato a mie spese che la vita non va sempre come l’abbiamo programmata. Ho capito che nessuno può più sentirsi più sicuro del proprio posto di lavoro, nemmeno se sancito da un sudatissimo e garantito contratto a tempo indeterminato. Quello che sta accadendo a me, potrebbe capitare a chiunque e io dovrei solo riprendere a respirare, di tanto in tanto.

storia di Fabio, un operaio