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Eroica Fenice

Sull’attualità del teatro di Raffaele Viviani

Nei giorni in cui Napoli diventa capitale della cultura, grazie all’importante evento del Napoli teatro Festival, riflettere sullo stretto rapporto tra il teatro e la città appare cosa sensata e quasi “doverosa”, vista l’incidenza profonda di quest’ultima nello sviluppo del suo teatro.
Una siffatta riflessione non può che vertere verso un autore cardine della storia teatrale partenopea: Raffaele Viviani, il cui teatro e le molteplici tematiche che esso affronta appaiono fortemente attuali, al di là di un eccesso d’interpretazioni quasi “folkloristiche” da parte di un qualunquistico e superficiale modo di intendere il teatro solo come fonte di spettacolo fine a se stesso, di cui questo grande autore  è spesso vittima.

L’analisi su Viviani autore ha, oggi più che mai, un valore e una complessità diversa rispetto ad una qualsiasi indagine rivolta ad un qualsivoglia altro nome della letteratura teatrale e non. Una complessità dovuta sì al rilevamento delle molteplici forme espressive, stilistiche, di cui la sua opera è permeata, ma altresì da una pletora di questioni affrontate che, seppur apparentemente collegate al suo tempo, sembrano drammaticamente caratterizzare anche l’inizio di questo nostro travagliato ventunesimo secolo: la disoccupazione, la miseria, la “questione femminile”, solo per citare qualche esempio.

E sul tema della miseria – argomento che i media sembrano dimenticare e/o non affrontare adeguatamente in tutta la sua mesta difficoltà – quanto detto sembra essere certamente corroborato dalla rispondenza della realtà odierna con quella che Viviani raccontava. Una realtà lontana da qualsiasi descrizione oleografica e attanagliata da uno stato di povertà inusitata. La realtà delle prostitute, degli scugnizzi – anche questo termine va sfrondato dal demagogico folklore che lo permea e riallacciato alla verosimile definizione redatta da Ferdinando Russo – dei guappi veri e finti, del povero che ruba al povero.
Una corretta analisi della poesia e del teatro vivianeo porta non solo alla triste considerazione che quel tipo di realtà, seppur modificata nelle modalità, nel “costume” e talvolta addirittura nella nazionalità, non è sostanzialmente mutata rispetto all’epoca in cui l’autore stabiese comincia a scrivere per il teatro (‘O vico è la sua opera prima datata 1917!), ma nel contempo induce all’idea che se davvero si vuole affrontare detta realtà, se davvero la si vuole analizzare e comprenderne l’evoluzione, così come la sua perniciosa stasi, è a Viviani che si deve guardare, così come afferma William Leparulo quando scrive che Viviani «scende sulla strada e la sua arte non è che il risultato di una trasfigurazione lirica della realtà napoletana».

Al di là degli psicologismi pirandelliani, della giusta ed indispensabile riflessione sul disordine sociale e morale di matrice eduardiana, il teatro vivianeo rappresenta, oggi più di ieri, uno strumento di vitale importanza per l’ulteriore comprensione del rapporto contiguo tra società e teatro.
Un autore, infine, che non ha bisogno di bislacche operazioni di attualizzazioni, ma di teatri che spalanchino le porte al sanguinoso e tragico umorismo del suo verbo.

– Sull’attualità del teatro di Raffaele Viviani –