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Eroica Fenice

muro

The Wall: I migranti e le “politiche del muro”

Papà ha attraversato l’oceano
Lasciando solo un ricordo,
un’istantanea nell’album di famiglia.
Papà, che altro mi hai lasciato?
Papà, cos’altro hai lasciato per me?
Dopo tutto era solo un mattone nel muro
Dopo tutto erano solo mattoni nel muro”

E mentre nel 1979 i Pink Floyd raccontavano la storia dell’anti-eroe “Pink”, che mattone dopo mattone vedeva costruire intorno a sé il muro della sua prigione interiore, oggi, dopo più di trenta anni, i muri continuano a innalzarsi per lasciare fuori tutto ciò che non è “normale”, “adatto” e “utile” alla società. Certo, Another brick in the wall non aveva molto a che fare con i migranti, ma l’emarginazione, l’esclusione generata da un certo tipo di società è la costante del nostro tempo.

L’Europa, si sa, ha fatto dei muri e delle barriere l’assetto principale delle sue politiche migratorie. Già nel 1985, con l’accordo di Schengen, è stata marcata quella frattura tra i Paesi privilegiati dell’Europa (quasi) Unita e quelli che invece stanno oltre i suoi confini. Come molti già sapranno, gli accordi di Schengen si basano sulla costruzione di un’area “protetta”, all’interno della quale le persone (e soprattutto le merci) possono circolare liberamente, mentre le frontiere esterne sono severamente controllate. Si tratta di oltre 50.000 chilometri di barriera immaginaria che si estende per mare e per terra intorno ai Paesi che hanno aderito agli accordi. Lo Schengen, ma anche i successivi Frontex e Triton, sono provvedimenti diversi che negli ultimi decenni sono stati strumento dell’Europa “fortezza”, quella che a due passi dal Mediterraneo “nero”, cerca di difendere i propri confini e gli interessi legati alle sue strutture politiche ed economiche.

Il paradosso del muro


Le barriere immaginarie, diventano concrete e tangibili in un mondo paradossalmente globalizzato e interconnesso, unito e omogeneo solo quando l’economia, il web o le cannibalizzazioni della cultura di massa, hanno necessità di oltrepassarle.
I muri non vengono costruiti solamente per difendere le frontiere europee, ma vengono ormai utilizzati in tutto il mondo per tenere fuori clandestini, richiedenti asilo, rifugiati, “irregolari”, tutti indistintamente rappresentanti di una categoria costruita spesso attraverso stereotipi, pregiudizi e disinformazione. I muri eretti tra Ceuta e Melilla, tra la Grecia e la Turchia, l’Iran e il Pakistan, Israele e Palestina, Stati Uniti e Messico, sono solo alcuni esempi delle barriere che si estendono per migliaia di chilometri e che hanno il compito di separare fazioni politiche e religiose, etnie e culture, impedire il passaggio a tutto quello che è indesiderato e indesiderabile.

Vi sono addirittura dei muri la cui costruzione è legata a contenziosi territoriali risalenti all’epoca coloniale, come quello lungo oltre 2000 chilometri tra Pakistan e Afghanistan, o ancora quello irlandese che separa la Belfast cattolica da quella protestante. Ci sono poi quelli costruiti ai fini di impedire attacchi terroristici e altri che fungono da argini contro i traffici di droga, come il muro di Tijuana tra Stati Uniti e Messico. Ogni mattone ammucchiato, ogni metro di filo spinato è visto come una garanzia di sicurezza, la soluzione all’irregolarità e ai pericoli derivanti da quella che viene percepita come una minacciosa invasione.

Ma i muri sono effettivamente utili per risolvere i problemi legati all’immigrazione? È utile evitare di intervenire alla radice del problema per poi andare a “rattoppare” un sistema che già fa acqua da tutte le parti? Il vero paradosso delle politiche di separazione e di innalzamento di muri è che, mentre da un lato si parla di tutela dei migranti, di leggi e istituzioni che vorrebbero promuovere l’inclusione e la solidarietà, l’Europa in primis impiega sforzi e risorse per commissionare ai paesi di frontiera pesanti leggi anti-immigrazione e barriere difensive, la maggior parte delle volte messe in atto con interventi di repressione violenta.

Il muro dell’Europa “fortificata”

Paesi come la Turchia, stanno oggi facendo il gioco della “fortezza Europa” che, evitando di assumersi le proprie responsabilità affrontando in determinate zone del mondo situazioni di grave sottosviluppo e instabilità politica (spesso causate dal suo stesso intervento) va istituendo stati-cuscinetto ai quali viene delegato l’infausto compito di respingere i migranti. Senza contare poi le innumerevoli opere di propaganda politica che fanno leva sulla psicosi generale e sulla paura dell’ ”altro” e che inneggiano alla purezza di un’identità europea da difendere a tutti i costi. L’ultima novità legata all’Europa delle barriere, riguarda il valico italo-austriaco del Brennero, dove verranno reintrodotti i controlli di frontiera e dove si prepara anche la militarizzazione del confine con l’Ungheria.

Le migrazioni di massa, sono un fenomeno complesso, non è certo opponendosi alla costruzione dei muri che si può sperare di trovare una soluzione concreta. Il primo passo è acquisire una consapevolezza, o meglio una serie di consapevolezze: la prima è che quei gruppi di persone che sognano un’Europa che forse non esiste, non verranno per renderci schiavi e usurpare il nostro posto privilegiato nel mondo, non ci costringeranno ad annullare la nostra ostentata identità occidentale. I metodi di respingimento e di controllo non impediranno il ciclo degli spostamenti di chi non si farà intimorire dal filo spinato, perché in vita sua ha visto ben altro. Infine, si deve prendere atto del fatto che questa Europa, per anni ha fatto finta di non vedere e di non sentire.

Il diritto ad emigrare, a cercare una propria stabilità, una sicurezza e una realizzazione personale è sacrosanto, ed è messo per iscritto in tutti quei documenti fondamentali che un tempo decantavano le inviolabili libertà dell’uomo e del cittadino. Sarebbe tempo di abbattere i muri e di costruire dei ponti ma, prima ancora di gettarne le fondamenta, creare i presupposti e le condizioni per farlo con umiltà e coerenza.

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