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Eroica Fenice

Tomaso ed Elisabetta, welcome back!

Vi abbiamo raccontato, qualche mese fa, la vicenda di Tomaso ed Elisabetta ed ora ritorniamo sulla loro storia per degli importanti aggiornamenti.
Nel 2010 Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni partono con Francesco Montis che, nella notte del 4 febbraio, ha un malore; Tomaso ed Elisabetta provano a chiamare, dall’hotel sito a Varanasi in cui alloggiano i tre, l’ambasciata italiana ma Francesco muore poco dopo. Ciò che accade nelle ore seguenti segue il filo di un’assurdità illogica e la mancanza di prove si unisce all’autopsia condotta da un oculista e l’immediata cremazione del corpo. Il 7 febbraio, Tomaso ed Elisabetta vengono richiusi nel carcere di Varanasi accusati di omicidio e condannati per quello che alle autorità indiane sembra un delitto passionale. Dopo un anno di detenzione, il pubblico ministero chiede per i due italiani la condanna a morte per impiccagione che si tramuta nel 2011 in ergastolo. La sentenza dichiara: “Il movente che ha spinto i due accusati ad uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita“. Tra ritardi, rinvii, feste induiste la sentenza della Corte Suprema di Delhi tarda ad arrivare.
I ragazzi (soprav)vivono nei “barak” che ospitano sino a 140 detenuti e dove, in estate, si sfiorano i 50 gradi, la corrente elettrica è disponibile solo per poche ore al giorno ed è presente esclusivamente acqua non potabile da ricercare in un pozzo comunale situato in mezzo al carcere; nel carcere di Varanasi si dorme a terra e il solo modo di restare in contatto con il mondo esterno è scrivere delle lettere; non sono concepibili né rimpatri né rilasci su cauzione.
Dopo cinque anni di reclusione, Tomaso ed Elisabetta sono liberi. Il direttore del carcere li convoca all’improvviso e trova davanti a sé due ragazzi increduli e sopraffatti dalla sorpresa. Marina Maurizio, madre di Tomaso, ha ringraziato su Facebook le persone che in questi anni l’hanno sostenuta creando gruppi e pagine atte a tenere alta l’attenzione sulla vicenda: “È una bellissima notizia tenendo anche conto del fatto che conoscendo l’India uno non può mai farsi illusioni“. I genitori di Elisabetta hanno invece commentato così: “Ormai avevamo perso ogni speranza, anche perché noi non abbiamo grandi mezzi, e senza mezzi in India è difficile, è stato anche un grosso sacrificio. Basti dire che bisognava pagare tutto, anche per andare a trovarla in carcere. Non voglio dire di più, ma questo sì: la giustizia indiana è un mistero“. Se da un lato c’è la gioia incontenibile di due famiglie, il sostegno morale di Paola Moschetti Latorre, compagna di uno dei due Marò, dall’altro c’è l’amarezza di una madre che non trova giustizia e vive la liberazione dei due ragazzi come la volontà di uccidere per la seconda volta suo figlio.
Presto i due ragazzi saranno rimpatriati e potranno così tornare in Italia. Molti gli interrogativi irrisolti destinati, probabilmente, a restare tali. Almeno su questo caso, i rapporti tra Italia e India sembrano aver condotto ad un esito positivo seppur il corso della giustizia sembra seguire sempre strade tortuose e imprevedibili ben lontane dall’essere uguali per tutti. 

A noi lanciare spunti di riflessione, a voi trarre le vostre conclusioni.

Tomaso ed Elisabetta, welcome back!

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